Scontroso, ostinato, orgogliosamente snob. Caratteristiche che in chiunque altro risulterebbero respingenti, ma che in Joe Jackson diventano il carburante per un talento cristallino. Alla soglia dei 72 anni, l’artista di Burton upon Trent siede stabilmente in quell’olimpo di songwriting frequentato da giganti come Costello, Byrne, Ferry, Sting, Hitchcock e Parker.
Proprio come loro, nel decennio dei settanta viene travolto dal vento del punk per poi dribblare negli anni attraverso vari generi, diventando sempre più elegante e raffinato senza mai perdere l’originalità e il taglio pungente. Passando per reggae, swing, pop, new wave e jazz, in questi ultimi anni ha fatto qualche passo indietro musicalmente, ritornando al periodo d’oro degli ottanta. La dimostrazione limpida di questo “mestiere” è il suo 24esimo album, Hope and Fury.
Nove canzoni che passano in rassegna l’enorme bagaglio musicale di un Jackson che pare fregarsene di ciò che lo circonda, dimostrando di essere ancora sul pezzo con una voce che non cede di un niente. L’apertura è affidata al pop d’alta scuola di Welcome To Burning-by-Sea e i suoi rimandi allo stile anni ’80, per poi proseguire con I’m Not Sorry, dove l’ombra degli Steely Dan si allunga su un arrangiamento perfetto. È un piacere ritrovare la sua voce in grande forma in Made God Laugh, un pezzo che pare uscito da Body and Soul e che ti spinge a rialzarti perché nella vita, prima o poi, si cade.
Come strappata al bellissimo Beat Crazy arriva la spumeggiante Do Do Do, che avrebbe potuto tranquillamente appartenere al repertorio di Costello, seguita da Fabulous People, tra le più ispirate del disco. Sul finale c’è tempo per After All This Time, con quella affascinante ritmica vagamente jazzy che ricorda i momenti più riflessivi di Blaze of Glory.
È poi il momento di sfoggiare la chitarra: qui Jackson dimostra di essere andato oltre il concetto di pop, elaborando al piano — insieme ai fidi collaboratori Graham Maby, Teddy Kumpel, Doug Yowell e Paulo Stagnaro — melodie che sono vere opere architettoniche, come testimonia la poetica The Face. Incredibile il lavoro di Stagnaro nella successiva End Of The Pier, a mio avviso la canzone da “cerchiolino rosso” dell’album, che si chiude poi con la teatrale e malinconica See You In September.
In definitiva, non siamo di fronte a Look Sharp!, Night And Day o al più recente Fast Forward, ma rimane un album dignitoso che ci riconsegna un artista in ottima forma. Joe Jackson non ha più nulla da dimostrare, eppure continua a parlare perché ha ancora qualcosa da dire. In un’epoca di rumore di fondo, il suo “garbato cinismo” e la sua impeccabile scrittura sono una risorsa preziosa. Un ritorno in forma per un artista che non ha mai smesso di essere se stesso e non è roba da poco per uno che ci ha regalato almeno cinque capolavori da isola deserta.
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