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Intervista: Disco Drive

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
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Sono uno dei pochi gruppi italiani indie ad avere anche un consistente all’estero, in particolare in Inghilterra, i Disco Drive hanno da poco pubblicato il loro secondo album “Things to do today”. Siamo riusciti a parlare con il batterista, Jacopo Borazzo, in un periodo di pausa durante la tourneè che il terzetto sta facendo in Italia. Il trio è completato da Alessio Natalizia, voce e chitarra e Matteo Lavagna al basso. Come leggerete di seguito gli strumenti attribuiti ai tre artisti sono solo quelli ufficiali, perché poi nella composizione di “Things to do today” i tre si sono dilettati a suonare di tutto.

Siete soddisfatti del lavoro fatto in studio per “Things to do today” con Steve Revitte?
Si, siamo molto soddisfatti, la nostra idea era quella di produrlo noi. Il primo disco lo abbiamo co-prodotto con Max Casacci ed è andato bene, ma per questo preferivamo fare tutto da soli. Tuttavia, in seguito abbiamo sentito l’esigenza di avere un orecchio esterno che portasse freschezza al lavoro fatto e che non fosse dentro come lo eravamo noi. Quello che ha fatto Steve era proprio ciò che volevamo noi.
Come avete lavorato?
In pratica lui è arrivato che avevamo già registrato tutto l’album e non l’aveva ascoltato per niente, così cominciava a lavorare la mattina e nel tardo pomeriggio ascoltavamo come erano venuti i mixaggi. Nella maggior parte dei casi eravamo perfettamente in linea con quanto aveva fatto, mentre solo in rari casi abbiamo voluto fare delle piccole modifiche al suo lavoro. L’ottimo risultato si è raggiunto anche perché il feeling è stato lo stesso e Steve aveva un’idea generale di come avrebbero dovuto funzionare i pezzi.
È il sound che volevate creare?
Si, era quello che avevamo in testa. Il suono del disco nel complesso è venuto molto bene ed il risultato è stato un disco piuttosto eterogeneo, frutto della nostra voglia di fare degli arrangiamenti e di utilizzare strumenti mai usati prima.
Per esempio?
Partiamo dal fatto che in questo disco usiamo la doppia batteria in tutti i brani e poi l’utilizzo del campionatore che però ci è servito solo per campionare i pezzi nostri di chitarra e quindi non in maniera fredda. In fondo il nostro è sempre stato un approccio punk-rock. Per la prima volta abbiamo usato chitarre acustiche, e percussioni di ogni dimensione. Considera poi che nel disco precedente ci eravamo limitati a suonare il basso, la chitarra e la batteria, mentre con “Things to do today” abbiamo avuto un approccio più ardito. Un altro elemento importante ed innovatore per noi è stato l’uso dei filtri, anche perchè ci siamo divertiti a trasferire i brani dal nastro al digitale e viceversa, per sporcare un po’ il sound. Insomma ne abbiamo fatte di tutti i colori, divertendoci molto.
Farete anche con questo cd una tournèe europea?
Per ora ci stiamo concentrando sull’Italia, con una promozione importante. Sicuramente torneremo in Inghilterra, dove andiamo spesso e vorremmo tornare anche in Germania e nel resto d’Europa.
Avete già qualche riscontro commerciale all’estero di questo cd?
All’estero esce il due novembre ed in Inghilterra il 19 novembre. In Italia sta andando molto bene, considerando l’inarrestabile crisi delle vendite. Il proprietario della nostra label, la Unihip, ci ha detto che ogni anno si vende il 15% in meno di cd in Italia e quest’anno si è giunti ad un meno 40%. D’altronde è in atto una rivoluzione che ancora non sappiamo dove andrà a finire.
Pensate che continuerete a suonare il p-funk o vi sposterete su altre sonorità?
Sicuramente apporteremo un’evoluzione al nostro sound. Non è che non ci piaccia più il p-funk, ma riteniamo e sentiamo l’esigenza di evolverci e di andare avanti. Non suoniamo più quello che facevamo cinque anni fa quando abbiamo cominciato, siamo sempre alla ricerca di cose nuove. Il p-funk è ormai inflazionato e fare un altro lavoro come il primo non ci andava, quindi abbiamo cominciato ad andare in altre direzioni. In futuro sicuramente ci allontaneremo da questo genere. Se funk dovrà essere sarà più vicino al kraut rock, alle cose che facevano i Can, sicuramente non gli accenti sul charleston ed il basso con le ottave, quindi sarà un funk meno dancereccio e più ipnotico-psichedelico. La cosa bella è che non sappiamo dove andremo, anche perché tendiamo ad improvvisare sempre tantissimo, anche nella nostra attitudine dance.
Quando sono importanti per voi Fugazi e Gang of Four?
I Fugazi sono stati assolutamente fondamentali per noi, mentre ei Gang Of Four li abbiamo conosciuti tramite i Fugazi, anche perché infondo veniamo dal punk e proprio ascoltando gruppi punk abbiamo scoperto il post-punk. Resta il fatto che per me l’impatto dei Fugazi è stato assolutamente fondamentale e tra i due gruppi che hai citato non c’è competizione.
È sempre divertente il fatto essere accostati a gruppi che si conoscono poco o nulla. Pensa che dopo aver fatto il nostro secondo concerto in assoluto si è avvicinato a noi Ferruccio Quercetti dei Cut per complimentarsi, ma ci ha detto che somigliavamo molto ai Bush Tetras che noi, ovviamente non conoscevamo per niente. Dopo un po’ ad un concerto Ferruccio ci ha portato un cd di questo gruppo per farceli conoscere ed in effetti ci siamo resi conto che eravamo molto simili a questa band.
Quali sono le tematiche che affrontate nei vostri brani?
In quest’ultimo cd affrontiamo argomenti molto più personali, mentre in quello prima erano più apertamente politici. Ultimamente preferiamo giocare sui significati delle parole, così nella preparazione dei testi di “Things to do today” spesso è capitato che uno di noi arrivava con un testo e con un’idea chiara di ciò che volesse comunicare, ma gli altri interpretavano il brano in maniera del tutto differente rispetto a quello che intendeva l’autore. Di conseguenza abbiamo scelto di lasciare assolutamente libera l’interpretazione, così ogni canzone è uno schizzo di un particolare stato emotivo.
Ciclicamente stanno riemergendo vecchi stili musicali, anche se riadattati, pensate che ci sia ancora qualcosa di nuovo da dire nel rock?
Si, pensiamo che ci sia ancora molto da dire, c’è comunque un problema di sovrappopolazione con molti che in realtà poco da dire e pochissimi che sono ancora di mandre un messaggio significativo. Ogni settimana dall’Inghilterra arriva un gruppo nuovo, che sembra debba essere chissà cosa, ma in realtà la qualità è quasi sempre molto scarsa. In ogni caso un’enorme quantità di rock di ottima qualità, che può offrire ancora qualche speranza, è quello che giunge dagli Usa, in particolare da Brooklin, con gruppi come gli Animal Collective che stanno dando una nuova via al rock. Altri gruppi poi che ci entusiasmano sono i No Age, i Battles ed i Liars che hanno una spinta molto forte al cambiamento, cosa che hanno espresso molto bene soprattutto nei primi due dischi, piuttosto che nell’ultimo. Ecco tra questi gruppi sì che si respira aria di creatività.
Riuscite a campare con l’attività di musicisti?
Ad essere ricchi di sicuro no, piuttosto ci campiamo giusto l’essenziale per mangiare, pagare affitto e bollette. È uno stile di vita che per il momento ci va anche bene, perché non abbiamo grosse esigenze e siamo disposti a vivere con pochissimo. Al nostro livello per un certo periodo si può anche vivere in questo modo, ma non ci si va lontano. Noi siamo sempre all’erta se c’è un buon lavoro in giro, se un giorno ci dovesse capitare un posto fisso allora ci troveremmo nella condizione di dover scegliere tra continuare questa vita e un’altra più tranquilla allora dovremo fare una scelta radicale. Autore: Vittorio Lannutti
www.discodrive.org

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