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The National – Auditorium Parco della Musica, Roma 23.07.2014

di Redazione
25 Luglio 2014
in Live Report
Tempo di lettura: 4 minuti
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Era il Luglio 2013, all’Auditorium, e fu sold out. Mercoledì 23 Luglio 2014, i The National si ripresentano a Roma, sempre all’Auditorium, questa volta alla Cavea, all’interno della bellissima rassegna “Luglio suona bene” che la sera prima, tra l’altro, ha ospitato il live del poliedrico Yann Tiersen.
La band di Brooklyn si presenta compatta poco dopo l’imbrunire. La formazione live del gruppo, oltre le due coppie di gemelli (Bryce e Aaron Dessner, alle chitarre e al piano, e Bryan e Scott Devendorf, rispettivamente batteria e basso) e al carismatico frontman Matt Berninger, vede la presenza anche di due fiati che collaborano saldamente anche nelle produzioni in studio della band.
La scenografia è praticamente assente, i sette sono ordinatamente disposti sul palco e alle loro spalle solo un maxischermo che proietta immagini oniriche talvolta sfumate con i primi piani dei musicisti. Berninger è l’ultimo a entrare e il primo a ricevere l’ovazione dei fan che si dimostrano sempre molto legati al gruppo nordamericano. I National hanno scelto il loro nome con l’ironia che da sempre li contraddistingue (volevano che fosse il più non-sense possibile… E ci sono riusciti!) e le prime parole dal palco della Cavea non tradiscono quella natura “Siamo qui senza gruppo di apertura, quindi ci faremo da soli anche quella”.
I primi due pezzi in scaletta, infatti, sono Wasp Nest e All Dolled-Up in Straps, estratti dal loro EP “Cherry Tree”, e l’atmosfera si fa subito molto malinconica. A seguire, 90-mile water wall, da Sad Songs for Dirty Lovers, prepara il terreno a ritmi leggermente più sostenuti e coinvolgenti come quelli della successiva “Fireproof”, prima canzone in scaletta tratta dall’ultimo lavoro, Trouble will find me, album autoprodotto e trasversalmente apprezzato dalla critica e dal pubblico.
I gemelli Dessner mostrano tutto il loro talento, alternandosi sapientemente tra chitarre elettriche, acustiche e frequenti incursioni al piano come nella successiva Hard to find, struggente e consapevole accettazione della realtà che non sempre rende facile realizzare i nostri desideri.
Ancora da Trouble will find, segue l’apprezzatissima Don’t swallow the cap, in cui le sonorità evocative di band come i Joy Division o i Depeche Mode, iniziano a incontrare il supporto ritmico degli applausi. I should live in salt è dedicata al fratello di Matt, Tom Berninger, regista e autore del docufilm “Mistaken for stranger”, ironico e toccante racconto della band e della storia molto particolare dei due fratelli. Segue l’omonima canzone che inaugura una serie di pezzi più coinvolgenti, come Bloodbuzz Ohio, omaggio alla loro terra d’origine, Sea of love, l’irresistibile Afraid of everyone e Squalor Victoria, stavolta non spesa subito in apertura.
Berninger è nervoso, cammina sul palco, tra gli altri musicisti come se avesse fretta, bistratta il microfono si lascia toccare dalle mani del pubblico, disordinatamente assiepato sotto al palco, con buona pace degli organizzatori che avevano invece previsto delle ordinate file di sedie piazzate nel parterre e lasciate vuote perché troppo lontane e poco adatte allo stile partecipativo del gruppo.
Consuetudine dei concerti in Italia è offrire del buon vino agli artisti in tour. Non sempre questo viene apprezzato nella giusta misura come quando, sempre il frontman dei National ne riempie un bel bicchiere e lo lancia, svuotandolo, verso la folla prima di introdurre uno dei singoli più belli estratti da Trouble will find me, I need my girl che inaugura anche un set di canzoni più raccolte e intime con la voce che diventa ancor più cavernosa e calda, le chitarre meno ritmiche e più melodiche e i fiati entrano più significativamente nel sound. This is the last time prevede il coretto di “ah ah ah ah” molto partecipato dal pubblico. All the wine e Available rappresentano i momenti meno convincenti della scaletta. Berninger, molto attento al suo ruolo di frontman, microfono fra la folla, vino scolato a ogni pausa e frenetiche passeggiate a mo’ di pendolo, stona in un paio di “liquor me up”, urlate da accovacciato al fianco della batteria.
Gli ultimi cinque pezzi sono irresistibili e suonati senza alcuna pausa. Slow show, pink rabbits e England, costringono anche i più composti ad alzarsi in piedi e accompagnare con applausi la coppia di fratelli alla sezione ritmica. Sicuramente meno scenici dei Dessner, i Devenford suonano compostamente per tutto il concerto dettando i tempi a tutti gli altri.
La trascinante Graceless e l’apprezzatissima Fake Empire, per alcuni sono i brani migliori della band e non a caso vengono suonati alla fine del concerto. I sette nordamericani ringraziano il pubblico ed escono di scena frettolosamente, le luci all’Auditorium non si accendono perché tanto tutti sanno che ci sarà da aspettare un corposo bis.
“Ada” riporta la band sul palco e prepara il pubblico al set finale. Sempre più frontman e sempre meno cantante, Berninger concede lo stesso spettacolo offerto lo scorso anno: scende tra la folla, si lascia abbracciare sulle note di Mr November, si spinge in fondo al parterre, costringe tecnici e folla a sostenergli il cavo del microfono mentre percorre l’emiciclo alle spalle dei posti a sedere. Alcune scene sono meravigliose, c’è il fan che tenta di rubargli il microfono per cantare con lui, un altro che lo abbraccia e lo bacia incredulo, Matt stesso che per scavalcare le sedie rischia di inciampare (evidentemente un po’ alticcio dopo tutto quel vino!), fino all’intervento dello staff che riporta l’ordine e il cantante sul palco per intonare l’apprezzatissima e crepuscolare Terrible Love.
Pochissime parole per descrivere l’emozione che si prova quando tutti lasciano i propri strumenti, si stringono attorno alle due chitarre acustiche, il cantante non usa il microfono e accenna i versi della toccante vanderlyne crybaby geeks al pubblico che la canta prima timidamente poi sempre più a squarciagola.
Il successo sarà forse arrivato tardi per i National, ma ciò non ha impedito alla band di affermarsi prepotentemente sulla scena indie rock mondiale, guadagnandosi, anno dopo anno, album dopo album crescenti consensi e non lasciandosi mai sopraffare dalla frenesia del successo ad ogni costo.
Non fermatevi ora!

http://www.americanmary.com/
https://www.facebook.com/thenationalofficial

autore: Luigi Oliviero

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