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I The Cure si riappropriano del loro “mondo” e non deludono i fan con “Songs of a Lost World”

di Marco Sica
6 Novembre 2024
in Focus On, Primo Piano, Recensioni, Speciali
Tempo di lettura: 5 minuti
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Premetto che per un mio vizio della mente ho sempre amato di più i The Cure di “Three Imaginary Boys” (del 1979) che resta, per lo scrivente, il loro lavoro più bello e, con esso, a seguire di un’ incollatura, il successivo “Seventeen Seconds” (del 1980), album che ha aperto le porte alla dimensione dark; un gradino più in basso “Faith” (del 1981), per un trio (nell’insieme) di assoluto pregio (va poi annoverato l’immortale singolo “Boys Don’t Cry” anch’esso del 1979); meno feeling è invece da sempre corso con la loro produzione successiva.

È comunque innegabile che i The Cure, negli anni ottanta, hanno segnato un decennio (ri)vestendo gli umori post punk dell’esordio con un mantello dark, prima (appunto) con i due succitati “Seventeen Seconds” e “Faith”, per trovarne poi la definizione “piena” con “Pornography” (del 1982) e la consacrazione, anche oltre la “semplice oscurità”, con “Disintegration” (del 1989), estreme vertebre di una spina dorsale sulla quale è stata modellata la fisionomia di un suono e di uno stile di vita divenuto fenomeno sociale (“Disintegration” resta ancora oggi, oggettivamente, il loro lavoro migliore).

Ciò che però è accaduto nell’arco temporale che separa “Pornography” da “Disintegration” è altrettanto fortemente significativo nel descrivere un’incostanza compositiva che ha minato la produzione discografica dei The Cure, come ben testimoniano gli altalenanti e non sempre esaltanti “The Top” (del 1984), “The Head on the Door” (del 1985) e “Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me” (del 1987), quest’ultimo sicuramente il più interessante dei tre seppur nella sua “eclettica” e disorganica estetica; tale vulnus si è ripetuto, con maggiore evidenza, anche successivamente a “Disintegration”, disco che avrebbe dovuto chiudere un’era ma invece è stato solo il giro di boa verso tempi bui che hanno visto la luce affievolirsi con the “Wish” (del 1992) e spegnersi (definitivamente) con “Wild Mood Swings” (del 1996), “Bloodflowers” (del 2000), “The Cure” (del 2004) e “4:13 Dream” (del 2008).

Tale ricostruzione si è resa necessaria per meglio comprendere il valore di “Songs of a Lost World” (Fiction/Lost/Polydor/Universal/Capitol), che appare un buon lavoro (il migliore dai tempi di “Disintegration”), ma purtroppo in ritardo di troppi decenni, fedele alla linea, retrò, e perfetto se fosse stato pubblicato nel 1990, a chiusura di un decennio e in apertura del successivo; tengo a precisare che questa mia ideale collocazione temporale (1990) non ha nulla a che vedere né con “Disintegration” (1989) né con “Wish” (1992), poiché “Songs of a Lost World”, sebbene rimandi a collaudati stilemi, gode comunque di una sua identità che suona come ponte tra i due decenni.

Di fatto i The Cure, con “Songs of a Lost World”, si sono riappropriati del loro miglior “mondo” dando alle stampe un disco che si immerge nelle profondità della loro passata esistenza, riemergendo però con “nostalgico” novello abrasivo vigore e che trova nei propri limiti “retorici” la propria forza e spinta verso marcate e taglienti realtà.

A muovere le fila è Robert Smith (voce, chitarra, six-string bass, keyboards), a cui sono accreditati (ovviamente) tutti i brani, e con lui lo storico Simon Gallup (basso), Jason Cooper (batteria e percussioni), Roger O’Donnell (keyboards) e Reeves Gabrels (chitarra).

“This is the end of every song we sing…”… e l’apertura di “Songs of a Lost World”, affidata ad “Alone”, è tesa, tirata, ruvida e con una linea vocale esatta nella sua melodia.

Pianoforte e orchestrazioni sintetiche sono da incipit e sfondo per “And Nothing Is Forever” che, sebbene l’elefantiaca introduzione (caratteristica e difetto che aveva affetto anche “Alone” e che sarà di molti brani), ben si risolve nella voce e nel cantato di Robert Smith che bilancia rassegnazione e speranza: “I know, I know/That my world has grown old/And nothing is forever/I know, I know/That my world has grown old/But it really doesn’t matter/If you say we’ll be together/If you promise you’ll be with me in the end/If you promise you’ll be with me in the end/Slide down close beside meIn the silence of a heartbeat”.

“No, nothing you can do to change the end” e “A Fragile Thing” è perfetta nel suo piglio radiofonico suggellato dall’assolo di chitarra.

“Warsong” riparte da “Alone” accentuandone le abrasioni, portandole ai limiti del noise ma fa anche emergere segnali di un’ispirazione che vacilla di cui il “rumore” non riesce a coprirne le crepe.

Incalzante è “Drone:Nodrone”, con un cantato “familiare” e funzionale e dai lancinanti strali di chitarra che vagano in una “Endless black night lost in looking for more”.

Se “I Can Never Say Goodbye” tradisce nella melodia una simpatia verso un certo progressive anni ottanta (non so perché ho pensato ai Marillion), per uno dei momenti più “pop” dell’intero disco, “All I Ever Am” gira e si fa ascoltare con piacevolezza.

“Left alone with nothing at the end of every song/Left alone with nothing, nothing/Nothing/Nothing/Nothing” e i dieci minuti (e più) di “Endsong” chiudono, condensano e definiscono al meglio i pregi e i difetti di “Songs of a Lost World”: 2/3 di “Endsong” sono costituiti da uno strumentale prolisso e ripetitivo che trova respiro solo nell’ingresso della voce che qui è però più “piatta” e meno melodica di altre occasioni, i suoni sono “saturi” e crudi, più asciutti ma sempre intrisi di un gusto retrò.

“Songs of a Lost World” sicuramente non deluderà i fan dei The Cure, ed è gradito ascolto anche per chi dei The Cure non è folle amante… ma che semplicemente vive la musica con romantico animo nostalgico rivolto verso un secolo e un millennio ormai lontano.

Post scriptum: Lol Tolhurst (storica colonna portante dei The Cure), con Budgie, and Jacknife Lee, ha pubblicato lo scorso anno l’ottimo “Los Angeles” di cui si è parlato su queste pagine.

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