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Arab Strap – Auditorium Flog, Firenze 25.11.2006

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 4 minuti
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Dopo dieci anni, sei studio album e tre live album, il duo scozzese di Falkirk sceglie un titolo quanto mai sincero ed autoironico per congedarsi dal pubblico: “Ten years of tears”, è l’ ”anniversary compilation”, uscita l’ottobre scorso, coincidente con il “Farewell Tour”.
Cinque date per salutare i fans italiani: Milano, Roma Bologna, Firenze e Torino. Penultima sera, dunque, per dire addio ad un gruppo che ha contribuito non poco a dare una nuova impronta alla canzone d’autore postmoderna. Ultima occasione per ascoltare l’ipnotica voce di Aidan Moffat, i suoi racconti e confessioni della vita di periferia, “dark reading” nell’atmosfera crepuscolare che si sprigiona dalla chitarra di Malcom Middleton. Di fronte al palco degli Arab Strap ci si sente un po’ come a teatro: abilissimi compositori, paragonati dalla stampa inglese ad autori del calibro di Lou Reed e Nick Cave, allestiscono con i suoni una scenografia su cui si succedono gli strumenti protagonisti. Il locale è gremito, il pubblico eterogeneo (sullo stesso palco si è appena conclusa la rassegna Rockcontest 2006), cala il silenzio sulla platea sotto l’influsso noir dei primi pezzi: parlare è irriverente, come spezzare un incantesimo. Il concerto ripercorre passo per passo l’evoluzione dell’architettura fonica Arab Strap: dai primi pezzi scheletrici segnati dal timbro di basso, batteria e voce, all’apertura più marcatamente rock, fino all’ambientazione elettro-pop, la poliedrica anima dell’affascinante duo Moffat-Middleton si spoglia davanti a noi, senza pudori. Nella formazione allargata, la batteria scandisce ritmicamente scale su cui le chitarre si arrampicano fino alle vette più celestiali. Il batterista, permettetemi l’esplicita adulazione, è un metronomo. La chitarra si fa spazio con suoni armonici, onde sonore fluttuanti, riverberi di echi lontani oppure graffia con un basement sonoro metallico e stridente. Quando entra la tastiera, si scioglie la ruvidità del sottofondo, mentre le note stillano, come gocce di pioggia. Ci sentiamo un po’ allagare il petto…(“Who named the days”, tratta dall’album “Monday at the Hug &Pint”). C’è da dire che al fondo della melodia misteriosa, a tratti impenetrabile degli Arab Strap, rimane sempre presente un cuore pulsante, un cuore di tenebra, cui Moffat sa dare voce in modo sublime, accendendo di trasparenze gli angoli più bui e scabrosi, fino a rendere limpide le pieghe più torbide dell’animo. Se volessimo fare un paragone con un altro gruppo specialista in “melancolia”degli ultimi anni, direi che i Sodastream potrebbero sottoscrivere i loro album con questa didascalia: “come essere felicemente tristi”. Gli Arab Strap, invece, affondano il coltello nella piaga, ci portano giù, fino a toccare il fondo, per vedere cosa resta di noi, galleggiante sulla superficie lucida e scura.
Di quando in quando il grande cuore di tenebra cessa d’un tratto di battere. Chitarra e voce si levano da un deserto, si diradano le note della tastiera e dell’arpeggio, il suono si rarefà in spazi siderali. Sentiamo freddo, e non c’è niente di meglio della vellutata, avvolgente voce di Aidan a scaldarci un po’. Ci lasciamo guidare, ci abbandoniamo fino alla contemplazione, fino a sporgerci sull’orlo di una preghiera. Applausi spontanei e sentiti, grazie Aidan. Quando il cuore della batteria riparte, il ritmo incalza in una corsa. Un vento di chitarre spazza il deserto sonoro e fa volare via tutto ciò che rimane, ci solleva sempre più in alto, come alleggeriti di un peso che non sapevamo neanche di avere. Tanto può fare la sincerità… (“Stink”, estratto del disco “The Last Romance”). Sorprende scoprire ad un tratto l’altra faccia degli Arab Strap: pezzi con impeccabile struttura rock e velocità che poco prima sembravano impensabili. La chitarra corre sugli accordi, frena e stride. Stop secco dell’intero ensamble. Le chitarre corrono ancora fino all’apice, spiccano il volo. Di nuovo uno stop sull’orlo estremo del suono. Nel silenzio nasce un arpeggio di chitarra che fa brillare le note (“New Birds” dal full-lenght “Philophopia”).
Nel frattempo, la voce di Aidan, incessante, ha raccontato pagine dolenti di sommessa quotidianità, lunedì mattina che odorano di rancido, relazioni amorose inquiete, lenzuola disfatte e umide. Niente glitter tra le righe, il suo canto sofferto e sincero ha il sapore amaro di chi guarda la vita per quello che è, senza mentire a se stesso, mai, anche quando ciò che rimane è pressoché il nulla. (“If there is no hope for us” da ”The Last Romance”). Lo spettacolo continua, irrompono le note cristalline e guizzanti dell’arpeggio di Middleton, ci viene un’improvvisa voglia di saltellare, perché della vacuità di giorni che corrono via veloci, si può anche sorridere con leggerezza (“There is no ending” da The Last Romance”). Ci coglie inaspettati una frequenza di battiti disco ambient : perché non ballare? E poi i maldicenti dicono che con Aidan e Malcom ci si annoia!( “Turbulence”, brano contenuto in “The Red Thread”). L’ultima canzone è una dimessa versione di“The shy retirer”, senza batteria e basso, né archi, un unplugged in cui Moffat crea meravigliosamente il momento di massima intimità e raccoglimento con il pubblico. E’ questo il suo saluto estremo, prima di ritirarsi: una perfetta interpretazione di se stesso, nella nuda sincerità delle parole, vibranti con tutta la loro forza, appena sopra l’arrangiamento scarno. La platea è immobile ad ascoltare. Ci si può a questo punto rendere conto che forse qualcosa è mancato nell’intreccio sonoro di questo live: la dolcezza degli archi e l’ampio respiro dei fiati. Ne è risultato un suono di certo meno ricco, più arido di sfumature. Gli Arab Strap lasciano di sé l’immagine più essenziale ed in assoluto meno romantica, che li riporta alle origini, quando le loro canzoni aspre e schiette fecero mormorare di disappunto la provincia scozzese. Aidan e Malcolm si ritirano, il pubblico rimane sospeso nell’atmosfera chiaroscurale del concerto appena concluso, muovendosi appena. L’eco della voce di Moffat riempie le orecchie e non ci lascia più. Tornerà a cantare per noi, nelle notti troppo lunghe o troppo vuote, quando torniamo a casa, e tutto ciò che desideriamo è addormentarci. Sarà un dolce balsamo per i nostri giorni stanchi, sarà un volo di fiati, un suono carezzevole di archi.

Autore: Maria Angela Rocchi
www.arabstrap.co.uk

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