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Meeting del Mare 2013 – Lungo report, fradicio di pioggia

di Redazione
12 Giugno 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 11 minuti
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Pioggia, tanta pioggia. Si parla del tempo che fa per non pensare al tempo che passa, ma non è questo il caso. Generalmente, il Meeting del Mare, rappresenta l’inizio della stagione estiva dei concerti, quelli all’aperto, gocciolanti di sudore. Canottiera, bermuda e via sotto palco. Quest’anno non è andata proprio così. Diverse volte, soprattutto nel secondo giorno, le esibizioni sono state interrotte a causa dell’incessante caduta di goccioloni da Guinness World Record, intervallati solo da brevi pioggerelline London-style. Forse che il diciassetteimo sarebbe stato un Meeting diverso dal solito lo si poteva intuire anche da questo e non solo dai mormorii tra la folla, riguardanti l’esibizione del Club Dogo, headliners della prima sera. Mormorii che sono stati condivisi anche dal direttore artistico del festival, Don Gianni Citro, secondo quanto affermato direttamente dal palco nel secondo giorno di Festival, causando uno scroscio d’applausi più rumoroso dei tuoni in lontananza. Polemiche sulla scelta artistica a parte (per altro di buon livello, quantomeno dal secondo giorno), il Meeting del Mare ha ormai il ruolo (e forse anche il compito) di offrire l’opportunità di esibirsi a band quanto più eterogenee possibili. Quest’anno, però, il livello complessivo delle band emergenti è risultato leggermente più basso rispetto alle ultime edizioni, toccando punte tragicomiche, soprattutto nel primo giorno. La differenza di qualità, come al solito, si percepisce nei live, piuttosto che dall’ascolto su supporto.

Si inizia con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, il cielo plumbeo su Marina di Camerota quest’anno vede come prima band ad esibirsi i The neck warmers. Classic rock un po’ moscetto, un sound molto acerbo non supportato da particolari qualità tecniche. C’è da dire, però, che la giovane età (almeno a prima vista) dei membri della band, permette di immaginare ampi margini di miglioramento futuri. Il tempo del cambio palco ed entrano in scena i Senza Sangue: sound molto più curato e dinamico, ma non colpiscono per originalità. Per quanto si percepisca una buona attitudine al palco, sembra di assistere all’esibizione di una cover band di una band pop-rock italiana a caso. Qualcuno ha detto Vasco? Brividi lungo la spina dorsale. Primo bel momento della giornata: gli Araknos. Dietro il nome altisonante si cela un gruppo di (ottimi) scalmanati che suonano velocemente, su una linea ritmica molto ben curata. Una boccata d’aria ed un passo indietro rispetto al baratro che, presumibilmente, si stava preparando. Un po’ legati (sotto il punto di vista degli effetti) alle chitarre storiche del thrash metal, risultano comunque essere davvero una bella sorpresa. Si continua con i My dear Watson, capaci di esprimersi al meglio già dai primi minuti di show. Pasta sonora molto curata ed ottima varietà dei suoni (last but not least, il frontman saluta la nonna dal palco). Già dal secondo pezzo, però, un appiattimento nella ricerca li porta ad assomigliare (forse un po’ troppo) a quell’indomita falange capitata da Alex Turner, prima, e agli …A toys orchestra, poi. Magari converrebbe concentrarsi maggiormente sulla sperimentazione piuttosto che sulla mera tecnica.

Figli del (brutto) rap italiano dei nostri tempi, sul palco i Nocivielementi. Scende quasi una lacrima pensando ai nomi storici, massivi esponenti delle periferie: Gruff, Kaos, Neffa (dei tempi andati). Ma sul palco si respira Fibra, Gue, Dogo, cloni di cloni capaci di partorire perle dello spessore di: “L’amicizia è come le scarpe: fondamentale”. L’esibizione scorre via in un quarto d’ora, senza colpo ferire. Tocca al bel sound made in U.S.A. dei Just Bagons. Molto dei Lynrd Skynrd e qualcosa del vecchio Jimi, si può trovare nella bella alchimia creata dalla band che risulta piacevole e divertente, nonché molto preparata tecnicamente. Il primo gruppo, per questa edizione, ad avere un’impostazione davvero professionale. La pioggia colpisce e Mirko Gisonte, salito da poco sullo stage, deve interrompere l’esibizione. Uno show diviso a metà che però riesce comunque a suscitare interesse: sul palco da solo, propone una cover firmata Satriani ed un paio di brani originali degni di nota. Si va avanti con gli Audiomagazine. Pop-rock divertente e ben suonato da sei elementi affiatati. Bella la linea delle percussioni e la tenuta del palco anche se, alla lunga, stancano. Peggior momento del primo giorno, quella degli Alti e Bassi. Scarsissima tenuta del palco, testi da terza media tra la banalità dei già detti ripetuti sin dai tempi di Mosè e frasi fatte; preparazione tecnica più che sotto la sufficienza. Tra lo sparuto pubblico qualcuno si chiede “Ma che stiamo vedendo?”, e la risposta la si conosce già. Tocca ai Monrows, salernitani, a risollevare la situazione. Bel folk-rock, molto gipsy, suonato da sei elementi ben preparati. Divertenti per tutta l’esibizione, la band riesce a dare una nuova direzione alla giornata, facendo dimenticare ben presto ciò che accadeva solo una decina di minuti prima. Tengono bene il palco gli Old9onfire crew ft. Cilento Roots, proponendo un rap intelligente con fortissime influenze reggae e reggaemuffin. Belle basi ed buon rapporto con il pubblico rendono la loro esibizione ben fatta e molto piacevole. Discorso leggermente diverso per Paolo Simoni, “cantautore moderno” che, nel suo primo brano, cita diverse pietre miliari della musica leggera italiana. Bravo, senza dubbio, ma facilmente confondibile con tantissimi altri “colleghi”.

Top della prima giornata, gli Ear Injury. Tostissimo trip-hop e big beat di respiro europeo, una valanga di suoni duri, da far andare a tempo i paralitici. I ragazzi non sembrano riuscire a star fermi sul palco e per quindici minuti, regalando uno show sopra le righe sotto ogni punto di vista. Sound ben composto, una eccellente tenuta di palco, melodie orecchiabili ma mai banali. Sarebbe bello vederli suonare ad un orario più consono, magari a ridosso degli headliners. Quattordicesimo (!!!) gruppo della giornata, i Milizia Postatomica. Rap già una spanna un po’ più su rispetto alle altre proposte analoghe, ma comunque non convincono quanto dovrebbero. Dopo i primi cinque minuti, l’attenzione cala drasticamente, rendendo impossibile continuare a seguire quello che dovrebbe essere flow, ma in realtà assume la forma di un’annacquata cantilena. I Calabramaica prendono posto sul bel palco del Meeting del Mare. Nove elementi in continuo movimento. Di certo l’accostamento tra Calabria e Giamaica non appare rivoluzionario, ma nonostante questo la loro proposta non risulta sgradevole ed il pubblico sembra gradire. Di nuovo un tuffo in basso con i Wearecementoarmato, crew numerosa che lascia un unico segno positivo nel momento di beatbox. Che però dura un minuto. Per il resto, sempre e solo noia: nessun segno particolare, nessun beat degno di nota. Discorso opposto per Il Pozzo di San Patrizio che propone un etno folk che sfocia addirittura nel prog. Sound compatto e ricchissimo di buone idee. Idee, peraltro, supportate da interessanti arrangiamenti e da un perfetto uso dei fiati. Unica scelta opinabile, forse, il “mezzo” pizzetto di uno dei componenti, ma sono ben altre le cose importanti.

Spazio al Club Dogo. Miriadi di adolescenti in festa per l’entrata in scena di quanto peggio possa creare la deforme idea del “gangsta” rap italiota. L’idea del rapper arrabbiato è entrata nell’immaginario collettivo italiano da qualche anno. Ma contro cosa sia arrabbiato ancora non è stato reso così esplicito. Così mentre qualche mese fa Dj Gruff si esibiva per l’ultima volta, nascosto tra le mura di un centro sociale, il Club Dogo (o “i” Club Dogo, ma che importa?) portano il vessillo della funambolica arte di mettere parole in rima, miscelandola ad improperi senza direzione né destinatario, supercazzole del “quanto siamo bravi, fateci posto”, supportati da una tecnica mediocre, più intenti a mostrare tatuaggi che a farne con le loro rime. Fatto sta che piacciono, ed anche molto, scatenando tutti i presenti, dal primo all’ultimo brano. Inquietante quanto triste. Se questo è rap, allora il rap è morto.

Secondo giorno, ancora pioggia. Più intensa e più fitta, si inizia sul tardi. Aprono gli Atunzamask con un bel noise rock, seppur ancora acerbo. Bei ritmi e belle chitarre, meno bella la voce, ancora un po’ indecisa. Il sound è roccioso quanto basta, ma non sempre carico di mordente. Pop-rock senza niente da dire, quello dell’Erba sotto il cemento. Qualcuno, tra gli aficionados, balla, ma finisce lì. Il maltempo si interrompe improvvisamente ed un timidissimo raggio di sole illumina il palco: L’albergo dei poveri inizia ad esibirsi. Pop cantautoriale ben confezionato, ricco di testi interessanti ed ottimi arrangiamenti e rifiniture, impreziositi da un violino ed un contrabbasso. Niente da dire anche per quanto riguarda la linea ritmica, mai banale e ricca di sfumature. Una bella band da seguire, senza ombra di dubbio. Luciano D’Abruzzo e MIG sono forse tra i più sfortunati: impossibile seguire davvero la loro esibizione a causa di un improvviso acquazzone che obbliga lo staff ad interrompere più volte il loro show. Piove per un’ora, durante la quale Piazza Mercato di Marina di Camerota si svuota completamente. Ci pensano i Victorzeta e i fiori blu a riportare un po’ di sole: gipsy-patchanka (se così può essere definita) a sei elementi. Bel sound ritmato e divertente, grande tenuta di palco e, soprattutto, un ottimo feedback da parte del pubblico. La gente torna sottopalco e sembra apprezzare non poco. La proposta artistica è davvero valida, d’altronde, e il quarto d’ora di show non sembra affatto bastare. Di buon livello anche i Baluar & Folkproject: folk-rock con una dose massiccia di cantautorato. Alla band va il merito, oltre ovviamente a quello di aver regalato un altro quarto d’ora di divertimento ai presenti, di aver portato sul palco una diamonica. Per chi pensava si potesse usare solo durante le noiose ore di musica alle scuole medie.

Scenografici e in curati abiti di scena, L’inguine di Daphne prende possesso del palco. Un sound che sembra accattivante ma in più casi non convince. La band è evidentemente molto preparata ma, forse per la situazione non troppo ideale per una fruizione live (non smette di piovere da ore e inizia a far freddo), non riesce a catturare troppo l’attenzione. Beneficio del dubbio: sarà per la prossima volta. Le Formiche, invece, convincono. E convincono davvero molto. La band siciliana propone uno stoner rock al vetriolo; si muovono molto e molto bene sul palco rovesciando sul pubblico una marea di onde sonore. Nonostante evidenti problemi alle casse spie, concludono una delle esibizioni più intense dell’intero Meeting del Mare. Chapeau.

I Carbonifero salgono sul palco, portando con loro un sound potente ma senza grip. Per quanto i riff distorti percuotano i presenti, questi scivolano senza trascinare. La voce, piuttosto scialba, annega la speranza di un cambiamento di spessore al secondo brano, senza possibilità di salvezza. Tornano alla mente i primi Almamegretta, quelli di Animamigrante per intenderci, con i Capobbanna. Suoni mediterranei con scambi interessanti, per un risultato complessivo non troppo chiaro ma che tende comunque al positivo, soprattutto quando l’electro-rock fa spazio al dub più profondo. Altro bel momento, quello dei Sula Ventrebianco. La band napoletana da il massimo di sé durante i live, e ciò è evidente. Nonostante la pioggia, il freddo, l’attesa spasmodica per gli headliners, il pubblico non smette un attimo di muoversi. Feedback condivisibile, considerando la qualità del gruppo sul palco. Uno stoner rock iper contaminato: ci vorrebbero davvero più band del genere. Neanche a farlo a posta, subito dopo salgono sul palco gli RFC. Affuso & Co. si limitano per motivi di tempo a soli tre brani, aprendo con la bella “Allo specchio”, dal loro ultimo album. “Voglio dedicare questa esibizione a tutti coloro che imbracciano questo fucile e vengono ai festival a combattere la loro guerra”, dichiara il frontman prima di iniziare, alzando la chitarra. Poi una ventina di minuti di ska-core senza se e senza ma mette in moto tutti i presenti. Una perfetta apertura per i primi headliners della serata: I Ministri.

Della resa dell’ultimo album ancora non si era sicuri. Ma poche volte, come in questo caso, sentire un lavoro dal vivo può far cambiare idea. Nonostante le centinaia di date, le migliaia di fan e gli anni di esperienza, I Minisitri si dimostrano sempre per quello che sono. Dei ragazzi che adorano fare quello che fanno. Aprono con “Tempi bui”, proseguendo con “Mammut” e “Il Sole (è importante che non ci sia)”. Veloci come un treno in corsa, tocca a “Comunque”, “Buona stella” e “Gli alberi”, fino ad arrivare a “La pista anarchica”, “Spingere” ed, ovviamente a “Fuori”. Due minuti di pausa e Davide ritorna sul palco, pronto per “Il bel canto” con stage diving annesso. Senza problemi né timori, il frontman si abbandona al pubblico, tuffandosi dalle transenne. Pochi metri e viene ributtato nel pit: non contento ci riprova, con risultati migliori. Chiusura con “Bevo” e naturalmente con “Abituarsi alla fine”. Quello dei Ministri è sempre un live sui generis, impossibile da paragonare ad altro, almeno in Italia. Ed è anche per questo che, negli anni, la band milanese si è ritagliata una schiera di fan con cui condividere non solo la passione per le loro produzioni, ma un’idea di vivere la musica suonata dal vivo, in un determinato modo. E questo fa piacere.

Ultimi, i Marta sui Tubi. Una lunga esibizione, quella della band di Giovanni Giulino, la cui resa dal vivo potrebbe risultare monotona per chi non si trova completamente a proprio agio nel loro mondo, ma di sicuro non può dispiacere. Forti della loro ultima esperienza a Sanremo (difficile da concepire come qualcosa anche di vagamente positivo), portano a Marina di Camerota gran parte dei loro lavori, più o meno recenti. Il pubblico reagisce molto positivamente e, nonostante il freddo intenso, l’aria che si respira è quella di un luogo caldo e accogliente. Si va a dormire tardi, ma felici.

Il sole ha battuto sul piccolo comune per tutto il terzo giorno di festival e si inizia direttamente alle otto. Aprono i Man in the box, le cui sonorità ricordano vagamente qualcosa proveniente dal grunge del primo album dei Foo Fighters (quella meraviglia con una pistola disintegratrice in copertina). Non sono affatto male ma non colpiscono così a fondo. La scelta dei brani in scaletta forse è un po’ azzardata, ma lasciano comunque un buon sapore. Stesso discorso per i Black Rain. Un bel basso pulsante fa da tappeto a tutto il resto, ma dopo il primo brano non si muove più nulla. Un vero peccato. Il Rifugio Zena, invece, colpisce duro. Power trio di quelli classici: basso, chitarra e batteria. Impostazione professionale per un noise rock di tutto rispetto. Magic moment dell’esibizione, il lunghissimo tapping sui tasti alti del basso, durante il terzo brano. Continua il trend positivo, per un terzo giorno che sembra essere partito davvero bene, con i Madkin, da Roma. Peccato per la poca gente presente, ma l’impatto scenico e gli ipnotici riff di chitarra bilanciano molto bene i pochi movimenti sul palco. Quasi shoegaze, a tratti, stuzzicano parecchio la curiosità di sentirli in altre situazioni.

Stop e caduta a picco con i Jfk e la sua bella bionda. Nonostante il pubblico sia diventato più folto, a parte un piccolo gruppo di fan, nessun altro sembra apprezzare la loro esibizione che risulta essere scialba e molle. Giretti di chitarra e vocine senza mordente che lasciano intendere una personalità, almeno sul palco, di poco conto. E a poco vale l’aggiunta di Soltanto, busker milanese che, per quanto risulti simpatico (e ricco di una storia interessante) conclude l’esibizione con una cover di “Wonderwall”. Un applauso e addirittura qualcuno che intona qualche verso, pur non conoscendone le parole. Ma è troppo facile così. Peggior momento dei tre giorni? Può darsi. Da chi ha maturato esperienza sui palchi (e va fiero di ciò), ci si aspetta una resa migliore. Per fortuna i Dinosauri, nati dalle ceneri de Il Cielo di Bagdad, catturano di nuovo l’attenzione dei presenti. Un’ottima resa dal vivo ed un wall of sound non da poco. Lavorando ancora un po’ sugli arrangiamenti, possono rappresentare una tra le new entry (la band è nata davvero da poco) più interessanti nel panorama campano. Ancora alto, il livello con i Palkoscenico. La band, che ormai è di casa al Meeting del Mare, porta in scena un dub-reggae con fortissime influenze rock. Ottima la resa dal vivo, così come la tenuta del palco e, nonostante qualche problema tecnico, risultano tra i migliori del terzo giorno. Concludono la loro esibizione assieme ad Alex Flowers/Dean Bowman, frontman di un progetto che unisce cilento e New York. Assieme agli Screaming Hendrix Or So…, propone un alternative rock molto danzereccio e ben costruito. Il pubblico continua a ballare, dando un forte feedback positivo alla band che rilancia con piacere.

Arriva l’ora degli ultimi headliners: i Motel Connection. Inizialmente visti come un semplice side project dei Subsonica, da anni Samuel, Pisti e Pierfunk sono riusciti a dare un’identità forte e precisa alla band. Uno spettacolo nel vero senso della parola, una full immersion in una elettronica suonata con stile ed eccellente bravura. Da “Analogic” a “Know”, passando per “Computer power”, “Sparkles” e “Vertical Stage”. Immancabile “Two”, così come immancabile “Less is more” (dal loro ultimo album) e “Praise god”. Folla in delirio, giustamente, per una delle band più “catchy” d’Italia.

Un diciassettesimo Meeting che, proprio come un adolescente, soffre ancora un po’ la paura del distacco, dunque. Nonostante gli immensi e condivisibili sforzi (che solo un folle non riuscirebbe a comprendere) e l’incredibile forza di tutti coloro che riescono a muovere questa grossa macchina, manca ancora un po’ per riuscire a fare quel passo in più. “So close, but yet so far”, recita un famoso detto del web. Sarà stata la pioggia, l’affluenza non propriamente oceanica, il freddo, i Dogo. Ma il Meeting, quest’anno, è sembrato timoroso di esplodere. Ma con la costanza e l’enorme (davvero enorme!) capacità dimostrata dallo staff in questi anni, si può facilmente sperare nel definitivo salto di qualità per la prossima edizione. Manca poco.

Autore: A. Alfredo ‘Alph’ Capuano

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