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Mdou Moctar: con “Funeral For Justice” verso un rock a tratti ancora più duro e di denuncia

di Marco Sica
14 Giugno 2024
in Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Dopo un primo periodo fatto di ingombranti ombre (il discutibile “Anar” del 2008, poi edito nuovamente nel 2014, caratterizzato da un improvvido utilizzo dell’elettronica – “In 2008, Mdou traveled to Nigeria to record his debut album of spacey autotune, drum machine, and synthesizer” – si legge sul sito della Sahel Sounds consultato il 2.6.24; gusto, questo, che purtroppo Mahamadou “Mdou Moctar” Souleymane mostrerà anche in futuro di avere sebbene in modo più contenuto), con la prima luce, il bel “Alefan” del 2013 (che annovera “Issusahid Elwaname”, “Chet Boghassa”, “Maheyega Assouf Igan”, “Tahoultine”, “Alefan”, “Nikali Talit”, “Tanzaka” …. “In 2013, he released ‘Afelan’, compiled from field recordings of his performances recorded in his village” – si legge sempre sul sito della Sahel Sounds https://sahelsounds.com/artists/mdou-moctar/ consultato il 2.6.24), Mdou Moctar inizia a mettere a fuoco un proficuo percorso di ibridazione tra la musica “tuareg” e il rock blues occidentale, affermandosi come uno dei più talentuosi chitarristi africani (e non solo) al pari del connazionale nigerino Bombino (da menzionare il suo splendido “Nomad” del 2013).  

Passando per la colonna sonora “Akounak Tedalat Taha Tazoughai” del 2015 (che si lascia ricordare per “Sibidoul”, “Iblis Amghar”, “Adounia”…) e, nel 2017, per il più che interessante e folk “Sousoume Tamachek” (in cui suona tutti gli strumenti e pone rimedio a “errori” del passato come evidenzia sin dall’apertura la qui splendida “Anar”; di rilievo anche “Sousoume Tamachek”, “Tanzaka”, “Ilmouloud”, “Nikali Talit” …), Mdou Moctar compie la svolta decisiva nel 2019, anno in cui pubblica sia il suo primo “successo” “Ilana (The Creator)”, forte di brani come “Kamane Tarhanin”, “Asshet Akal”, “Ilana” ma soprattutto dell’incredibile chitarristica “Tarhatazed”, sia il particolare e bello “Blue Stage Sessions” (registrato live al Third Man Records di Detroit il 15 settembre del 2017; da menzionare “Tarha”, “Adounia” e ancora una volta “Tarhatazed” qui in versione live), assurgendo così alla fama mondiale, grazie anche al crescente interesse verso la musica dei Tinariwen, Tamikrest, Songhoy Blues, di Bombino … rappresentanti “di un’Africa capace di contemperare tradizione e modernità di matrice rock, blues e psichedelica” (si è detto su queste pagine). 

Dopo il singolo “Ibitlan”/”Tiknass (Sunbone)” del 2020 (il brano “Ibitlan” era già presente in differente veste su “Blue Stage Sessions” e su “Anar”, mentre “Tiknass (Sunbone)” si mostra di ottima fattura rock), il 2021 è l’anno della sua consacrazione, con la pubblicazione di “Afrique Victime” (che vedrà poi anche una versione estesa e delux nel 2022 con demo, live e il singolo “Nakanegh Dich”), disco in cui compaiono “Chismiten”, “Taliat”, “Afrique Victime”, “Tala Tannam” ….

Nel 2022 i due EP “Niger EP Vol. 1” (contenente materiale live, tra cui “Afrique Victime” e “Sibidoul” e “Afelan” – dai primi dischi –  e discutibili “drum machine version” quali “Imouhar” e “Chismiten”: torna il peccato di Mdou Mocdar di ricorrere all’elettronica, peccato che diventa “inconffessabile” nei remix contenuti in “Afrique Reafai” sempre del 2022) e “Niger EP Vol. 2” (contenente anch’esso versioni live e alternative tra cui “Chimoumounim”, “Ibitlan”, “Nakanegh Dich” …)

Con “Funeral For Justice” (Matador) aumentano i “giri”, verso un rock a tratti ancora più spinto, duro e di forte denuncia, come mette subito in chiaro il dirompente brano eponimo d’apertura in cui, la collaudata formazione composta da Mahamadou “Mdou Moctar” Souleymane, Ahmoudou Madassane, Michael Coltun e Souleymane Ibrahim, conferma bravura e affiatamento; nelle note di copertina appare la scritta “Mdou Moctar is: Mahamadou ‘Mdou Moctar’ Souleymane – Lead Guitar, Vocals; Ahmoudou Madassane – Rhythm Guitar, Backing Vocals; Souleymane Ibrahim – Drums, Djembe, Backing Vocals; Mikey Coltun – Bass Guitar, Backing Vocals, Additional Guitar, Percussion“, dando così valore al senso di gruppo al di sopra di quello conferito dal solo Mahamadou Souleymane.

“Imouhar“, dopo un inizio “southern”, spinge sull’acceleratore ed esonda come un fiume in piena di corde distorte (per quello che è forse il più bel brano del disco).

“Takoba” (con la partecipazione di Cheick Niang alla chitarra solista) quieta  apparentemente e temporaneamente l’ascolto ma non le coscienze (“Morning came, but i remained restless all day/Thristy, yet water couldn’t quench my thirst/Headache lingers, but I don’t want medicine“) prima che “Sousoume Tamacheq“, nel richiamare solo lontanamente l’acustica “Sousoume Tamachek”, riporti l’orecchio su più “duri” ascolti: “A helpless orphan abandoned by three countries/ Mali-Niger, Niger-Mali and Algeria as the third … A helpless orphan amidst three countrie/ Mali-Niger, Niger-Mali and Algeria as the third“.

Se “Imajighen” è un “classico”, “Tchinta“, anch’essa sospinta da un anima rock, si imprime nella rapida “nostalgia for my land engulf my soul“.

La breve “Djallo #1” anticipa “Oh France“, altro brano di spicco per musica e testo con la partecipazione di Hamadal Moumine Issoufou alla chitarra solista.  

Chiude “Modern Slaves” tra le cui pieghe si scorgono fraseggi country.

Ciò che continua a stupire e ad essere efficace è la commistione tra anima africana e tuareg e abrasioni e distorsioni occidentali per una formula che, sebbene paghi alla lunga una certa ripetitività, si mantiene sempre salda in un sano e unico equilibrio.    

Ultima considerazione per la bella Album Artwork ancora a cura di Robert Beatty.  

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