“CROCIFISSO…
Fujrtunatu si tu c’‘on’ài nienti…
U riavulu i fici i cosi ru munnu…
Nuri i vuoli i so’ figghi, u
Patri Eternu.”
(da “Lucio” di Franco Scaldati – “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
- Premessa
Correva il 1992, e Rai 3 passava le prime immagini in bianco e nero delle “sghembe” interviste di Cinico TV; forte fu per me giovanissimo l’impatto visivo con quel mondo e con quella (allora incredibile e meravigliosamente assurda) idea di televisione.
Ancora oggi, sul sito di Rai Play (https://www.raiplay.it/programmi/cinicotv – consultato il 17.2.26), si legge: “Una sequenza di brevi quadri in bianco e nero tra il comico e il grottesco, firmata dai palermitani Ciprì e Maresco, trasmessa nel 1992. Una serie di “freaks” che vivono gag sospese fra riso e tragedia, sullo sfondo di una Sicilia desolata e marginale, popolata da personaggi assurdi e surreali, parodia corrosiva della nascente tv”.
Già in un’altra occasione, su queste pagine, ho avuto modo di ricordare la collana “Rarovideo”, laddove scrissi: ‘Aveva appena fatto ingresso il nuovo millennio, il 2000, e sugli scaffali, alla voce “Home Video”, vidi far la comparsa di eleganti DVD con “livrea” rosso-nera; era Rarovideo…”.
Ed edito dalla Rarovideo acquistai di Daniele Ciprì e Franco Maresco il loro “Totò che visse due volte” (del 1998), film che, per quanto possa importare al lettore, ha segnato la mia giovinezza; dopo fu la volta della visione dell’altro capolavoro di Ciprì e Maresco “Lo zio di Brooklyn” (del 1995). L’opera di Daniele Ciprì e Franco Maresco merita un approfondimento particolareggiato che si rimanda – si spera – a un prossimo futuro.
Sopra, nel citare la “descrizione” fatta dalla Rai di Cinico TV, si è riportato “sullo sfondo di una Sicilia desolata e marginale, popolata da personaggi assurdi e surreali”, e quella Sicilia (o meglio quella Palermo) magistralmente raccontata da Ciprì e Maresco negli anni novanta, ha “radici” nella scrittura del grade Franco Scaldati, “scrittura” che lo stesso Maresco ha “vissuto”, ricordato e omaggiato.
- L’Omaggio nel ricordo di Franco Scaldati
“ANCILÀ
L’occhi nostr’ un regginu ‘a
vist’ e certi cuosi ‘o munnu…
accussì comu nuatr’ un siemu
vist’ o munnu.”
(da “Lucio” di Franco Scaldati – “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
Franco Maresco, oltre alla fortunata collaborazione con Daniele Ciprì, tra i suoi meriti ha anche quello di aver condiviso parte della sua carriera artistica con il poeta, drammaturgo e attore Franco Scaldati.
E nel ricordo di Scaldati, Maresco e Claudia Uzzo, partendo da alcuni testi di Scaldati, hanno curato la regia e la drammaturgia dello spettacolo “I Poeti non cadono in piedi – L’amaro caso del teatrante Scaldati secondo Franco Maresco”, contemperando, con un esatto equilibrio, l’arte teatrale con il “format documentario”.
Sul palco, Franco Maresco è stato, infatti, memoria storica e voce “narrante”, puntuale, diretta e senza compromessi; una voce quella di Maresco alzatasi a difesa di Scaldati, simbolo di Palermo e della sua tradizione più profonda e viscerale, una voce che ha sottolineato come Franco Scaldati non abbia beneficiato della dovuta attenzione da parte di un territorio che si è a lui mostrato troppo spesso indifferente, se non addirittura ostile (come emerso dalla rappresentazione).

Al contempo, sempre sul palco, la poesia e la drammaturgia di Scaldati hanno preso vita nel corpo e nel cuore di Umberto Cantone (anche regista collaboratore e sua la consulenza ai testi), Aurora Falcone, Melino Imparato ed Ernesto Tomasini i quali, con maestria, hanno interpretato parti di alcuni testi e di alcuni scritti di Scaldati (tra cui “Totò e Vicè”, “Indovina Ventura”, “Il Pozzo dei Pazzi”…), e che attraverso la loro fisicità e padronanza del vernacolo, hanno ricreato quel mondo tanto surreale e poetico, quanto drammaticamente crudo e reale, raccontato da Scaldati.
“Il pozzo dei pazzi è un testo di memoria. Quando l’ho scritto, erano personaggi che da ragazzino mi erano rimasti impressi. Il periodo dai 4 ai 14 anni lo vivo al Borgo. Il Borgo è un carnaio micidiale, sopratutto in quegli anni, nel dopoguerra, un’esplosione di umore e di violenza estrema. E questi sono personaggi di quegli anni, filtrati attraverso le esperienze vissute. A volte ritorna ai bordi dell’infanzia, avvolte alla fiaba che è un po’ il periodo di mezzo; negli ultimi tempi diventa scrittura pura, però contaminata da altre esperienze. È una scrittura estremamente difficile ma non per il gusto di scrivere difficile, probabilmente per una esigenza di andare oltre” (da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio che a sua volta richiama: F. Scaldati, in G. Manzella, Un Pozzo di memoria, in “il manifesto”, 14 gennaio 1990, poi in “Patologo”, n. 13, 1989-1990).
“Senza i poeti le città muoiono” (ha affermato Maresco dal palco), e se i poeti come Scaldati non cadono in piedi, perché i veri Poeti, per la loro natura libera e di “rottura”, non possono né allinearsi, né essere allineati, è atto tanto meritorio quanto dovuto “rialzarli” attraverso il recupero e la divulgazione delle loro opere.
Nella nota introduttiva a “Lucio” – sempre da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio che a sua volta richiama: F. Scaldati, Lucio, in V. Valentini (a cura di), Franco Scaldati, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, p. 13. (il nome di Lucio è volontariamente segnato in minuscolo nel testo) – è riportata la dedica che appare in calce alla prima edizione di “Lucio”:
<<Mettiamo che lucio
(gobbo e mutilato)
sia l’ultimo uomo
mettiamo che lucio abbia del passato
un vago ricordo biologico
mettiamoci pure l’innocenza
il gioco
la luce
il mare le montagne gli alberi
il peccato
mettiamo che lucio
senta nella luce
l’unica (prima o ultima)
possibilità di essere>>
Congediamo questo scritto con un ultimo “frammento” di “Lucio” (ancora da “Franco Scaldati Teatro 1975-1979” edizioni Marsilio)
“LUCIO
Illuminata, Illuminata, Illuminata,
grapila sta finestra,
eccami un gigghiu;
comu un signu r’amuri, iu l’arricogghiu.
Sugnu ogni sira ccà
u cuori m’ addhannu
e u friscu ca mi pigghiu è u guaragnu…
Illuminata, quannu accumpari tu,
u suli s’ ammuccia;
tu si u civu, Illuminata,
e iddhu è a scuoccia.”
https://www.teatrodinapoli.it/evento/i-poeti-non-cadono-in-piedi-lamaro-caso-del-teatrante-scaldati-secondo-franco-maresco/

































