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“Tu quoque” Mark Stewart!/“The Fateful Symmetry” il disco postumo che lenisce il dolore

di Marco Sica
23 Luglio 2025
in Focus On, Recensioni
Tempo di lettura: 13 minuti
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Descrivendo il “primo” Mark Stewart solista, tempo fa, quello degli anni ottanta, affermai: “È come se Foetus avesse incontrato Frank Zappa su territori battuti dai Faust per la rappresentazione di un’opera teatrale da verfremdungseffekt”; se poi la coeva voce di David Thomas fu “teatro” dell’assurdo, quella di Stewart fu “teatro” di protesta.

Proseguendo però negli ascolti, a partire dagli anni novanta, l’espressione che mi venne spontanea fu il celebre “Tu quoque”… sentendomi dalla musica di Stewart pugnalato come lo fu per Cesare alle Idi di marzo da una persona “amata”.

  • Premessa

Parlare di certi musicisti in modo distaccato non è sempre facile, e così “complicato” è per me scrivere di Mark Stewart atteso che “Y” (del 1979) dei suoi The Pop Group e il suo “Learning To Cope With Cowardice” (del 1983) hanno profondamente segnato (e in parte contribuito a cambiare) la mia “vita musicale”.

Su queste pagine, in occasione della ristampa con materiale aggiunto (“Lost”) di “Learning To Cope With Cowardice” scrissi: ‘Per sgombrare il campo da ogni dubbio, preciso da subito che per lo scrivente l’ideale lustro in musica è ricompreso tra il 1977 e (appunto) il 1983. Un quinquennio, questo, che ha saputo come pochi codificare e rielaborare, con equilibrata scomposta e ossessiva rabbia decadente, il fascino della liberazione musicale del ’68, con le cerebrali strutture della prima metà degli anni settanta, alleggerendole dalla zavorra di quell’elefantiasi musicale/narcisista che troppo spesso le caratterizzava. Sperimentazione, abbattimento di generi, disagio industriale e post industriale, rabbia punk, elettrificazioni, echi di jazz e di free jazz, sono così confluiti in una fornace che ha fuso le esperienze del passato con le emozioni del presente, sia di matrice sociale che culturale. E così è stato per Mark Stewart. Se, infatti, il musicista inglese con i Pop Group aveva gettato solide e per certi versi definitive e totalizzanti basi di un punto musicale al contempo di arrivo e di partenza per le future generazioni, con l’album “Learning To Cope With Cowardice” si è spinto oltre, ruminando il suo linguaggio di sperimentazione e dilaniante alienazione post industriale Dissonanze, rumori, lancinanti spasmi, peristalsi ritmiche e risonanze trasformano stralci di “ordinario” funk, beat-box e dub in una splendida e totalizzante babele sonora metà umana e metà cibernetica. E così, l’ossatura di “rassicuranti” fiati, giri di basso e cori di voci fanno da scheletro all’adiposa e grassa materia sonora che deforma la silhouette musicale in un bulimico abominio di depravazione da collage sonoro’.

  • The Pop Group

“Y” fu un disco antesignano che operò una fusione unica di funk, punk, industriale, jazz, dub,  teatralità, sperimentazione, invettiva, “militanza”… (basterebbe anche ascoltare la sola “Thief of Fire”), aggiudicandosi il diritto di entrare tra i più bei dischi della storia della musica (stampe successive saranno poi arricchite anche con il pregevole singolo “She Is Beyond Good and Evil”); del 1979 anche lo storico singolo “We Are All Prostitutes” che ben descrive il valore dei testi dei The Pop Group “We Are All Prostitutes/Everyone has their price…Competition/Ambition/Consumer Fascism/Consumer Fascism…Capitalism is the most barbaric of all religions…”. Non di meno fece poi il secondogenito “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” del 1980.

Se Gareth Sager e Bruce Smith (dei The Pop Group) daranno vita agli ottimi Rip Rig & Panic (da ricordare il loro “God” del 1981), Mark Stewart, a suo nome, intraprenderà una carriera longeva e mirabile per l’intero arco degli anni ottanta.

  • Mark Stewart + Maffia

E a ben ascoltare, Mark Stewart “solista” (accompagnato dai Maffia) dal 1983 di “Learning To Cope With Cowardice”, passando per “As the Veneer of Democracy Starts to Fade” del 1985, fino a giungere a “Mark Stewart” del 1987, si è mosso su coordinate di destrutturata magnifica sperimentazione come se (ribadiamolo) “Foetus avesse incontrato Frank Zappa su territori battuti dai Faust per la rappresentazione di un’opera teatrale da verfremdungseffekt”.  

Di fatto, i citati tre dischi, mostrando il volto “nobile” degli anni ottanta, compongono un eccezionale trittico che ha come apice “Learning To Cope With Cowardice” e come granitiche basi “As the Veneer of Democracy Starts to Fade” e “Mark Stewart”, per dei lavori senza compromessi e in parte non “catalogabili”.

Se il brano “Learning to Cope with Cowardice”, il dub di “Don’t You Ever Lay Down Your Arms, “To Have the Vision” e “Jerusalem”, il reggae di “The Paranoia of Power”… si avvalgono dell’illusione di una “forma” canzone, ci penseranno “Liberty City” (con il suo gracidare da batrace, i suoi cori e i suoi fiati) e la follia di “Blessed Are Those Who Struggle” (emergono anche “scherzi” sonori che ritroveremo in “Escape from Noise” dei Negativland) a destabilizzare l’ascolto di “Learning to Cope with Cowardice”.

“As the Veneer of Democracy Starts to Fade” enfatizza le spigolosità del suo predecessore, con un’elettronica sempre più prossima all’industriale, come mostra sin da subito l’apertura affidata a “Passcivecation Program” e a “Bastard”. Mentre su “Learning to Cope with Cowardice” si respirava  tra i solchi anche “aria pulita”, su “As the Veneer of Democracy Starts to Fade” (per citare nuovamente i Negativland) non c’è “fuga dal rumore” e dalla destrutturazione (ne è emblema “Hypnotized”), nemmeno nei momenti di potenziale “ordine” come nella più accessibile ma comunque “singhiozzante” “The Waiting Room”.

“Mark Stewart” compie al contempo un passo avanti e uno indietro; il recupero di una “visione” alla The Pop Group in upgrade (“Survival”), abrasioni hard strutturate (“Anger Is Holy” e “Hell Is Empty”), omaggi da disco club ad Erik Satie in formato black music (“Stranger”) e a David Sylvian e Sakamoto nella dilaniata “Forbidden Dub”, il tunnel catatonico e catodico di “Fatal Attraction”, seppur nella loro sperimentazione, contribuiscono a congedare il più “composto” ed “accessibile” disco del trittico.

Va poi detto che i Maffia che accompagneranno Steward in “As the Veneer of Democracy Starts to Fadein” e “Mark Stewart” saranno composti da Doug Wimbish, Keith LeBlanc e Skip McDonald; quale “producer” di quegli anni sarà Adrian Sherwood. Doug Wimbish, Keith LeBlanc e Skip McDonald daranno vita ai Tackhead che nel 1987 e 1989 pubblicheranno i degni di menzione “Tackhead Tape Time” e (soprattutto) “Friendly as a Hand Grenade”; del 1989 è anche il bel “Stranger Than Fiction” a nome LeBlanc (ma in cui sono presenti anche Wimbish e McDonald).

  • “Quoque tu”: gli anni novanta e il primo decennio del 2000

La “Stranger” su “Mark Stewart”, divenuta poi anche “This Is Stranger Than Love” e “This Is Stranger Than Love” (dub version), non era stato un buon presagio con le sue sonorità da disco e il tema preso in prestito dalla Gymnopédies di Satie: era stata inferta già la prima coltellata prima che le mie personali  “Idi di marzo” trovassero compimento con l’avvento degli anni novanta.  

Con “Metatron” del 1990 (sempre con i Maffia) inizia infatti a prendere forma non solo una più concisa idea di “ordine” (già preannunciata ma con esiti positivi con “Mark Stewart) ma il passaggio verso territori più “convenzionali”, come in un ossimoro testimonia l’“equilibrata” “Hysteria”.  

Di fatto “Metatron” traccia uno spartiacque tra ciò di magnifico che era stato tra il 1983 e il 1987 e ciò che verrà e che sarà, avvolto sempre più da sonorità elettroniche da “club underground” che caratterizzeranno gli anni ’90 e il primo decennio del 2000 di Mark Stewart segnati da “Control Data” (del 1996) e da “Edit” (del 2008).

Mark Stewart è sempre Mark Stewart e i citati dischi conservano comunque una loro “aura alternativa” ma purtroppo la qualità delle composizioni non permette il salto di qualità, dando l’idea di un’incapacità di Stewart nel riuscire a essere un grande scrittore di “canzoni”, buone però per riempire locali synthcore fuori dai circuiti convenzionali abitati da un pubblico urbano, “Loner”, “Almost Human”, cibernetico e notturno alla ricerca di electroclash.

Qui si impone però una riflessione: si può affermare che Mark Stewart (come suggerisce “Edit”) sia “Rise Again”? Sinceramente, pur non volendo fare l’integralista alternativo e comprendendo che proseguire con lavori come il citato “trittico” degli anni ottanta sarebbe stato “impossibile”, la strada intrapresa nel 1990 da Steward non mi ha mai convinto (fino in fondo).

Nel 2012, Stewart tenta il “pezzo da novanta” con “The Politics of Envy”, assoldando Keith Levene, Bobby Gillespie, Andrew Innes, Richard Hell, Lee Perry, Gina Birch, Tessa Pollitt, Douglas Hart, Daddy G, Factory Floor…

Il risultato è un disco sempre “elettronico” (permane insistente in brani come “Codex”, “Want”), altrettanto synthcore da “rave” (“Gustav Says”), ma anche “accessibile” (si ascolti “Anatomia” con i Primal Scream, brano di sicuro successo radiofonico e da ballare) o “Baby Bourgeois” (da discoteca estiva); se “Method to the Madness” e “Apocalypse Hotel” volgono lo sguardo verso l’“alternativo” insieme all’omaggio a David Bowie con “Letter to Hermione”,  “Gang War” (con Lee Perry) evoca dilatazioni “dub” e “Vanity Kills” (con Richard Hell) si perde in vorticose abrasioni.

Con il senno di poi, e considerando i nomi coinvolti, “The Politics of Envy” (ri)suona come un’occasione sprecata.

Del 2012 è anche “Exorcism of Envy” lavoro che più che una “reinterpretazione” (come dichiarato) di “cose già dette” è di fatto una nuova scrittura; al pari della più classica delle operazioni matematiche, invertendo gli addendi il risultato non cambia, facendosi però più interessante e lasciandosi far preferire a “The Politics of Envy”. In particolare, sul sito https://markstewartmusic.bandcamp.com/album/the-exorcism-of-envy (consultato il13.7.25) si legge “The Dub Reinterpration of ‘The Politics of Envy’ Featuring Kenneth Anger, Richard Hell, Primal Scream, Lee Perry, the Raincoats’ Gina Birch, Slits bassist Tessa Pollitt, Massive Attack’s Daddy G, Factory Floor, original PiL guitarist Keith Levene and former Jesus and Mary Chain bassist Douglas Hart”. Ed ancora (sempre dal detto sito), come dichiarato dallo stesso Stewart: “I’ve deconstructed in the tradition of dub. The original dub masters experimented and for me experimentation really matters, crashing in an index of possibilities. It’s an expansion of my recent album, stripping it back to a skeletal dub and then burying it in bi-products of our hyper media.”.  

  • Il ritorno dei The Pop Group

Tra il 2015 e il 2016 Mark Stewart troverà il tempo di pubblicare dopo decenni altri due dischi con i The Pop Group: “Citizen Zombie” e “Honeymoon on Mars” lavori questi dissimili tra loro.

“Citizen Zombie” si può collocare lungo la direttrice elettro-funk-pop; se da menzionare è l’interessante “Citizen Zombie”, leggera e funk-pop suona “Mad Truth”, brani che si pongono agli antipodi. “Nowhere Girl”, con la sua fusione di distorsioni, eccessi ed esasperazioni pop rappresenta il tentativo dei The Pop Group di essere al passo con i tempi, mentre la bella “Shadow Child” è allucinato funky. La “cassa” e l’arrangiamento di  “Age of Miracles” sono invece da discoteca.

“Honeymoon on Mars” risulta essere più orientato verso sonorità “rock”, ora dance (“City Of Eyes”), ora intrise di sperimentazione (“Michael 13”), ora industrial (“War Inc.”), ora dub (“Days Like These”)…

Sinceramente, sebbene le buone intenzioni siano evidenti, il risultato anche nei suoi momenti migliori appare “straniante” facendo sorgere il (legittimo) interrogativo di quanto sia stato necessario questo ritorno dei The Pop Group, ai quali si può estendere l’assassinante “Quoque tu”.  
 
Per utilizzare l’inizio recitato in italiano di “The Immaculate Deception”, questo ritorno dei The Pop Group segna “la fine di ogni certezza”.

Da segnalare, poiché anche già trattato su queste pagine,  “Y in Dub” del 2021, versione di “Y” realizzata da Dennis “Blackbeard” Bovell.

  • “VS”

Nel 2019 verrà pubblicato “The Lost Tapes” di cui si ebbe modo di scrivere: ‘Non da meno è “The Lost Tapes”, forse ancora più claustrofobico e “asfittico” per la sua “precaria” e non-definitiva lettura/rilettura dei brani madre, a volte afoni, a volte scarnificati di tessuto e rivestiti di nuova (inedita) primigenia materia’ (sul punto si rimanda nuovamente a “Mark Stewart And The Maffia – Learning To Cope With Cowardice (Mute Records)”)

Il 2022 è la volta di “VS”, presentato come ‘a unique collaborative project helmed by Mark Stewart, a vocalist, producer and songwriter who’s been an anarchic, pioneering figure on the fronters of Post-Punk, Industrial, Avant-Dub and Electronic music since the Punk era. Each track is a forcible mash-up that pits Stewart against an artist either who originated, propagated and/or currently upholds the incendiary aesthetic, cultural and socio-political intentions of that era including members of Cabaret Voltaire, Consolidated, Pan Sonic and the MINUTEMEN along with the late Lee Perry, Adrian Sherwood and KK Null among others. This music is meant to resonate with, “The raw stardust in your bones – the ancient heat in your blood.”’ (dal sito https://mark-stewart.bandcamp.com/album/vs consultato il 13.7.25).

Stewart coinvolge quindi nuovamente nomi noti e il risultato appare un po’ più convincente dei precedenti ; “VS” pur restando ancorato a sonorità elettroniche e da “club underground” mostra una scrittura più “ossessiva” e “funzionale” sin dall’apertura (con i Front 242) affidata a “Rage Of Angels”. “Cast No Shadow (Leæther Strip Mix)” (con Stephen Mallinder e Eric Random) è alienato viaggio così come “Ghost Of Love” (con Eric Random). Se “Cursed Child” (con Mika Vainio e Ye Gods) è abrasiva, “Outlaw Empire (Adrian Sherwood Dub Mix)” (con Nu Gun) è un ritorno al dub; non manca il lato più sperimentale in “New Error” (con KK Null) e in “?” (con Ye Gods) né quello più post punk in “All Of My Senses” (con Mike Watt e KK Null)… Anche per “VS” non è potuta mancare la versione “Remixes (Deluxe Extended)”.

  • “The Fateful Symmetry”: il disco postumo

Il 21 aprile del 2023 Mark Stewart morirà all’età di 62 anni.

Ora, nel 2025, è stato pubblicato postumo “The Fateful Symmetry” (Mute [Pias]).

In linea con lo spirito, il carattere e le idee sociali e politiche di Stewart, sul sito della Mute (https://mute.com/mark-stewart-new-album-announced/ – consultato il 14.7.25) si legge: “a fierce and beautiful manifesto for a better world”; nelle note di copertina è poi scritto: “You don’t really care about freedom if you don’t defend the freedom of those you oppose”.

Musicalmente va subito detto che “The Fateful Symmetry” è una sorta di “compendio” dello Stewart degli ultimi trentacinque, uno Stewart che però si mostra meno attento alle “mode” restituendo un lavoro che appare maggiormente “metastorico” e più “personale”; se da un lato il disco suona meno “fresco” e meno a passo con i tempi rispetto ai citati lavori degli anni novanta/duemila, la scrittura in molti brani è “vincente” come testimonia da subito l’apertura affidata a “Memory Of You” (“Youth co-production, with backing vocals by Hollie Coo” – si legge sul detto sito della Mute), elettropop che fonde sonorità retrò anni settanta con sonorità più “moderne” e una linea vocale estremamente accattivante.

Analogo discorso per “Neon Girl” (“co-produced with Youth (Killing Joke) with backing vocals by Gina Birch (The Raincoats)” – ancora dal sito della Mute) e il suo perfetto synth-pop che in “This Is The Rain” si fa ballata con “echi” da black music e lontane distorsioni sullo sfondo “disturbanti”; sul citato sito della Mute si legge di “This Is The Rain”: ‘co-produced with Pop Group comrade Gareth Sager, the track features Bristol cohort Janine Rainforth (Maximum Joy) on backing vocals. Here Stewart composes a poetic, Blakean hymn to renewal; an unabashed song of hope amid contemporary turbulence: “a world upside down and backwards / this is the rain that washes and heals in glory”’.

Con “Everybody’s Got To Learn Sometime (Bébe Durmiendo Cumbia Bootleg)” – mixed by Adrian Sherwood (On-U Sound) – torna l’immancabile dub.

“Stable Song” merita una menzione a parte essendo per lo scrivente la composizione più bella, nella sua onirica e ovattata atmosfera; quando ha attaccato l’arpeggio iniziale ed è entrata la voce filtrata, si è sperato in un assolo di chitarra alla “Maggot Brain” dei Funkadelic.    

Se sacralità emerge da “Twilight’s Child”, epica marziale contraddistingue una “Crypto Religion” nuovamente vestita di fascino retrò (come nelle voci robotiche).

“Blank Town” è corsa notturna e urbana che conduce alla desolata “A Long Road”, ballata per pianoforte e sofferta voce.

Terminato l’ascolto, un poco per nostalgia nel ricordo di Stewart, un poco per un disco che ha saputo “toccare” nelle musiche le mie personali “corde”, “The Fateful Symmetry” ha (in parte) lenito il dolore della “pugnalata” un tempo inferta.

https://www.markstewartmusic.com/
https://www.facebook.com/markstewartmusic

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