A quattro anni (sequenza costante di rilascio dischi dal 2010 in poi) dal loro non molto riuscito album The Other Side of Make-Believe, gli Interpol hanno rilasciato quest’estate This Mirror Weighs a Ton, pubblicato il 28 agosto da Partisan Records (prima volta per la band di New York) e distribuito via Virgin Music Group e accompagnato in veste grafica da una copertina che presenta un’opera di Addie Wagenknecht attualmente conservata nella collezione permanente del Whitney Museum of American Art.
Prodotto da Andrew Wyatt (ROSALÍA, Charli XCX) e mixato da David Fridmann (Sleater-Kinney, MGMT), This Mirror Weighs a Ton rappresenta, diciamolo subito, una splendida sorpresa, che però si lascia scoprire a poco a poco, ascolto dopo ascolto. Le sonorità post-jazz soffuse del precedente disco, con cui gli Interpol interrompevano una ricerca non risolta della loro vecchia verve che andava avanti dai tempi di Marauder e dell’EP A Fine Mess, (tentativi poco riusciti di ritornare ai vecchi fasti), si ampliano qui in una nuova tavolozza sonora grazie all’introduzione di archi, strumenti a fiato, armonie vocali stratificate, chitarre acustiche e soluzioni di sound design sperimentali, ma senza rinunciare al caratteristico approccio armonico che da sempre contraddistingue la chitarra graffiante e struggente di Daniel Kessler.
Registrato presso lo studio di Wyatt nel Lower East Side di Manhattan, l’album segna il ritorno del gruppo alla propria città d’origine per la realizzazione di un disco dopo oltre un decennio. E anche questo si sente: per la prima volta dai tempi di El Pintor (album incompiuto ma con bellissime tracce come All the Rage Back Home, My Desire, My Blue Supreme, Everything Is Wrong) in questo nuovo disco che davvero, come lo specchio del titolo, pesa una tonnellata per importanza, si tornano a sentire gli Interpol dei tempi antichi, quelli dei primi tre inarrivabili, irraggiungibili, irripetibili dischi degli anni 2000 che hanno reso la band di Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino la stella polare dell’indie new wave americano.
Dunque linee armoniche e soluzioni strumentali ammodernate e ampliate, e contemporaneamente l’atmosfera perduta e disperata, terribilmente malinconica e struggente , da spleen newyorkese dei primi dischi: This Mirror Weighs a Ton, la canzone che apre il disco, è tutto questo, e perciò è il simbolo dell’album, e giustamente la sua title track. Il pezzo si sviluppa come una lenta rivelazione, tra linee di basso distorte, sottofondi notturni, trame vocali e cori femminili dream-pop della moglie di Banks, Juliet Seger e un groove immersivo e tremendamente ipnotico che porta la band verso territori più ampi e sottilmente estranianti, attraverso loop di batteria elettronica quasi trip-hop, e la voce di Banks finalmente ritrovata in quel che sa fare meglio: il soffuso malinconico, e poi improvvisamente l’acuto disperato ma pur sempre elegante. Un capolavoro dal sound inedito come la band non ne faceva da tempo, la versione migliore, evoluta e più raffinata di Toni, tentativo mal riuscito del precedente disco di riprendere i discorsi interrotti anni fa. E Sudden, la canzone che chiude il disco, è perfettamente speculare in questo: un inedito pianoforte accompagna il Banks malinconico e soffuso che siamo abituati a conoscere dai tempi di Untitled, canzone perla del primo mitico disco Turn on The Bright Lights. E come non pensare, per esempio, che Iron City voglia citare proprio quella NYC del primo disco, visto che parla di New York e del rapporto contraddittorio di odio-amore che Banks ha con la città?
Come non pensare insomma che il ritorno della band a incidere e registrare a New York (l’ultima volta nel 2014) non sia stato magico in questo senso? gli Interpol sembrano recuperare, nei pezzi struggenti del disco, veramente lancinanti come Wounded Soldier o Even the Actor, o nell’esecuzione al piano della già citata Sudden, lo spleen disperato ma raffinato che cantavano in pezzi gloriosi di allora come Obstacle 1 e Obstacle 2 o PDA, oppure in Scale, All Fired Up e Pace is the Trick. E’ soprattutto la voce di Banks che sembra ritrovata, pura, potente e devastante come agli esordi: sentite come canta disperato Wounded Soldier, forse la sua prestazione migliore in questo disco.
Ma c’è anche il ritorno al ritmo, alla dinamica, alla grinta, di un redivivo Fogarino, e al rock tosto e alle chitarre graffianti di un nuovamente ispirato Kessler: See Out Loud, il secondo singolo, è complementare a This Mirror Weights a Ton proprio perché mette in scena con la prima traccia un affascinante gioco di contrasti: tornano le chitarre agguerrite sullo stile di hit gloriose come PDA, Evil, Narc, torna la batteria potente e dinamica e quella carica notturna impressa nel loro DNA, e insomma i tre newyorkesi ampliano i confini della propria identità sonora ma recuperano anche quel beat che li ha resi una band indimenticabile.
Temi come la riflessione, la percezione e la tensione emotiva attraversano l’intero lavoro, suddiviso fra canzoni più spleen e ballad sullo stile della title track e canzoni più agguerrite e graffianti come See Out Loud, ben accompagnata nel disco da altri pezzi di questo tipo come l’accattivante e ritmica Darling Thoughts, Wake Up dal riff di chitarra irresistibile o la arrabbiata e potentissima Wings on Fire.
E come se non bastasse c’è anche spazio per pezzi malinconici ma rilassati, romantici, non notturni, sulla scia della mitica Rest My Chemistry dei tempi di Our Love to Admire, che in questo disco si chiamano Enemy (splendida intro al piano, e splendido intervento di voci femminili, archi, violini, e conclusione orchestrale sorprendente) e So Rides the Reindeer, che entra con batteria elettronica, ma poi si apre a diventare una ballata di chitarre acustiche di atmosfera freschissima e liquida, leggerissima e solare. E poi c’è Bird and the Serpent: una intro assolutamente vibrante e turbata, e un dipanarsi della canzone sempre più cupo, notturno, con un ritmo che cresce e la batteria di Fogarino che diventa piano piano protagonista mentre Banks passa all’acuto per annunciare, introdurre e accompagnare un’esplosione di disperazione che non arriva mai, chiudendosi dal minuto 5.08 con un cupissimo oboe elettronico. La canzone cita esplicitamente, per potenza di turbamento, e per scelte sonore, quella Lights che da sola reggeva l’intero disco omonimo del 2010.
Siamo decisamente di fronte al migliore disco degli Interpol, o per meglio dire al disco più Interpol di tutti dopo i primi tre: in altre parole il lavoro più riuscito che la band newyorkese produce da vent’anni. Annunciato, in qualche modo, dal tentativo di recuperare grinta e dinamiche nell’Ep A Fine Mess del 2019, persesi poi di vista con il disco del 2022, questo disco riporta gli Interpol a cavallo dei primi anni 2000 per sonorità, atmosfere malinconiche, spleen elegante e luci notturne newyorkesi.
Ha forse contribuito alla felice riuscita di questo disco il fatto che negli ultimi due anni gli Interpol sono rimasti costantemente in attività, esibendosi come headliner in arene e festival in tutta Europa, America Latina e Asia, mentre gli ascolti in streaming hanno raggiunto livelli record e il pubblico della band continuava a crescere in tutto il mondo. Uno dei momenti più significativi di questo periodo è stato il più grande concerto della loro carriera a Città del Messico, dove si sono esibiti davanti a oltre 200.000 persone.
All’inizio di quest’anno gli Interpol hanno inoltre partecipato al Coachella Valley Music and Arts Festival, dove hanno presentato in anteprima alcuni brani del nuovo album, tra cui See Out Loud e Wings on Fire, mentre il vero e proprio tour partirà il prossimo mese in Nord America con da 23 date come headliner.
Insomma, la vitalità live della band non è mai stata di così alto livello. E il contraltare di questo album bellissimo è proprio il fatto che anche dal vivo pare abbiano raggiunto una perfezione sonora e una capacità di tenere il palco che era sempre un po’ mancata loro, sin dagli esordi. A 24 anni dai loro inizi, Kessler Fogarino e Banks possono davvero dire di aver ritrovato la strada della loro incredibile talentuosissima capacità melodica per la quale a inizi 2000 si erano imposti in tutto il mondo come la band del rock malinconico.
Bentornati nella New York delle vostre amate e cantate Bright Lights, e benritrovati, Interpol!
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