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Datura4 – High On The Low Brow: il boogie australiano che brucia ancora firmato Dom Mariani. Ascolta

di Eliseno Sposato
16 Settembre 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 3 minuti
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C’è qualcosa di ostinatamente vivo, fisico e sudato nel modo in cui i Datura4 continuano a maneggiare il rock. In un’epoca in cui il blues viene spesso lucidato fino a perdere polvere e ferite, la band australiana guidata da Dom Mariani sceglie invece la strada opposta: amplificatori caldi, riff che odorano di valvole, organo in primo piano e un boogie che non si limita a citare gli anni Settanta, ma li rimette in circolo con energia contemporanea.

High On The Low Brow, sesto album del gruppo, conferma Mariani come una delle figure più solide e sottovalutate del rock chitarristico australiano. Chi conosce la sua traiettoria — dagli Stems ai Someloves, passando per DM3 e altri capitoli fondamentali dell’underground power pop e garage — sa che dietro ogni sua incarnazione musicale c’è un senso melodico naturale, quasi infallibile. Qui, però, quella scrittura viene spinta dentro un impasto più ruvido: blues rock, garage, stoner, hard boogie e venature soul convivono senza sembrare mai un esercizio di stile.

Il disco parte con “Under a Rock”, apertura ideale per dichiarare subito il programma: groove elastico, passo shuffle, riff compatto e una melodia che si insinua senza chiedere permesso. È rock costruito per muoversi, non per essere contemplato a distanza. “Another Fool’s Gate” alza la temperatura con l’organo di Bob Patient, presenza ormai decisiva nell’identità recente della band: il suo suono spesso e vorticoso non si limita ad accompagnare, ma allarga il respiro dei brani, aggiungendo una tinta blues-soul che rende il tutto meno prevedibile e più carnale.

La forza dei Datura4 sta proprio in questo equilibrio: sanno pestare duro, ma non rinunciano mai alla canzone. “Double Dealer” procede con un passo più lento, pesante e bluesy, quasi funk nel suo incedere untuoso; “Bugs” mostra il lato più diretto e tagliente dell’hard rock della band; mentre “Dirty Laundry Blues” è forse il momento più immediato e riuscito dell’album. Nato attorno a un’idea testuale sarcastica e attuale — il fango reputazionale dei commenti e delle accuse che circolano online — il brano parte da un sapore acustico delta blues e si apre poi in una costruzione pop-rock brillante, con chitarre che richiamano una certa eleganza alla Mike Campbell e un ritornello destinato a restare addosso.

Non meno interessante è “Mind Sailor”, dove la vena melodica di Mariani affiora con particolare limpidezza: il ritornello ha una qualità luminosa e malinconica che può far pensare ai Crowded House, ma viene trascinato dentro una cornice psichedelica e chitarristica più sporca. “See My Way”, con l’intervento del sax tenore di Billy Rogers, apre invece una finestra R&B dal sapore caldo e notturno, dimostrando che il gruppo non vive di sola elettricità muscolare. E quando arriva “On the Rebound”, il boogie torna a farsi esplosivo, confermando il gusto della band per un rock istintivo, da ascoltare a volume alto e senza troppe mediazioni.

Attorno a Mariani, la formazione lavora con esperienza e controllo. Warren Hall tiene la batteria salda senza appesantire il passo, mentre Bob Patient si conferma la carta che ha spostato il baricentro dei Datura4 verso territori più ricchi, meno esclusivamente chitarristici. Il risultato è un disco compatto ma vario, capace di parlare tanto agli amanti del blues psichedelico quanto a chi cerca ritornelli solidi, riff memorabili e quella sensazione di band vera, suonata, imperfettamente perfetta.

High On The Low Brow (Alive Records) non reinventa il rock, e probabilmente non vuole farlo. Piuttosto, lo riaccende dall’interno: prende boogie, blues, garage e psichedelia e li fa correre con una naturalezza che pochi gruppi contemporanei riescono ancora a ottenere. È un album sporco ma melodico, robusto ma sorprendentemente agile, nostalgico solo in superficie. Sotto la patina vintage c’è una band che suona con convinzione piena, e un autore che continua a dimostrare quanto la forma-canzone possa sopravvivere benissimo anche tra fuzz, organi incandescenti e groove da strada polverosa.

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Prec.

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