In occasione della recensione di “Where Rivers Meet” a firma Your Brother’s Keeper e Gary Bartz si era fatto richiamo anche alla Brownswood Recordings e alla “raccolta” “We Out Here”, destinata a diventare celebre poiché contenente composizioni di alcuni esponenti di spicco della nuova generazione “jazz” (in senso ampio) britannica; tra i nomi che comparivano in quella “raccolta” c’era anche quello degli Ezra Collective (gli Ezra Collective diedero poi vita a un “sodalizio artistico” con la Partisan Records).
In conclusione dell’articolo si ebbe modo di osservare come la Brownswood Recordings avesse rivolto il proprio sguardo (anche) verso un “jazz”contaminato e aperto a contemporanee “accomodanti” sonorità, proponendo una musica di ottima fattura, figlia di un “compromesso” che suona elegante, poco viscerale e poco istintivo, che si potrebbe definire benevolmente “British”, e che si mostrava essere sicuramente funzionale allo scopo di saper piacere ad ampio raggio conservando qualità.
Tale considerazione trova esatto compimento nella musica degli Ezra Collective che, con “Here Because Of Hope” (Partisan Records), hanno reso il “compromesso” musicalmente ecumenico e contenutisticamente carico di riflessione, soprattutto se si fa un confronto tra ciò che è oggi la loro produzione e come la stessa si sia “affinata” nel tempo rispetto a quella che fu agli esordi.
- Gli esordi
Se proviamo a riavvolgere il nastro e ad andare indietro nel tempo, giungendo al 2017, vediamo che gli Ezra Collective dell’EP “Chapter 7” avevano una ben più marcata impronta jazz (come si evince da “Enter The Jungle”, “Chasing The Square”), anticipando comunque le incursioni verso contaminazioni ora rap (come in “Chapter 7”, con Ty), ora reggae (come in “Colonial Mentality”), ora black (come in “I Have A God” con Zara McFarlane).
Il successivo EP del 2017 “Juan Pablo: The Philosopher” rimaneva ancora ancorato a un forte linguaggio jazz fatto d’improvvisazione come nella bella “The Philosopher”, nella afro “Juan Pablo”, nel pianoforte di “People In Trouble”, nel solo sax di “James Speaks To The Galaxy” che confluiva nella più “languida” e morbida “Space Is The Place” in stile anni Settanta.
L’LP “You Can’t Steal My Joy” del 2019 segna la svolta verso una più netta ibridazione sia “etnica” che di generi (dub, rap…) e un progressivo allontanamento dal più “ortodosso” jazz delle origini, jazz che comunque restava come matrice base in molte composizioni; basta ascoltare la “Space Is The Place” in apertura di disco o “Reason In Disguise”, “What Am I To Do?”, “Red Wine”, “Quest For Coin”… per averne contezza.
- La consacrazione
Quanto anticipato da “You Can’t Steal My Joy”, verrà messo definitivamente a fuoco nel 2022 con l’LP “Where I’m Meant to Be” che non solo segnerà anche la loro consacrazione, ma codificherà un linguaggio musicale trasversale, multiforme, ibrido, fatto di ospiti e, nel bene e nel male, “immediato”, tra composizioni originali e non (“Life Goes On”, “No Confusion”, “Smile”, “Siesta”, “Victory Dance”, “Ego Killah”…); un linguaggio che, passando per “Dance, No One’s Watching” del 2024 (“The Herald”, “God Gave Me Feet for Dancing”, “Ajala”, “No One’s Watching Me”, “Shaking Body”…), giungerà “intatto” fino a “Here Because Of Hope”.
- “Here Because Of Hope”
Sul sito della Partisan Records consultato il 13 settembre 2026 si legge: “Conceived in three spiritual and geographical movements, ‘Here Because of Hope’ traces the movement of Black people, music and culture from West Africa, across the Caribbean and ultimately home to the streets of London. Along the way, Ezra Collective ask a deceptively simple question: why does so much Black music born out of profound pain sound so joyful? Their answer is hope: the belief, carried across generations and oceans, that circumstances can change, that something better remains possible, and that rhythm itself can become a form of release. The album begins in Africa, drawing from Afrobeat and the sounds and traditions of the continent before moving across the Atlantic into its Caribbean movement, where reggae, dub, salsa and the musical language of the diaspora come into focus. Its final chapter lands in Britain, where those histories collide with UK jazz, broken beat, funky house, grime and the sprawling musical ecosystem of London that raised the band.”.
Here Because of Hope by Ezra Collective
Ed effettivamente, Femi Koleoso (drums), Ife Ogunjobi (trumpet), James Mollison (saxophone), Joe Armon-Jones (keys), TJ Koleoso (bass) con “Here Because Of Hope” compiono un viaggio musicale che dall’Africa tocca territori lontani ma dall’Africa stessa storicamente segnati… per terminare in un ideale melting pot socio-artistico-culturale.
Messo il primo vinile sul piatto, lo spoken di “Part 1” è affidato a Letitia Wright a cui segue il “dub” di “Blow Your Trumpet” sostenuto dal pianoforte e caratterizzato dalla tromba.
La bella “Sweet Echo” s’impone per il riuscitissimo giro di basso, per le sue sonorità afro in stile anni Settanta, per i suoi assoli e per il supporto musicale all’alto saxophone di Kaidi Akkinibi, al baritone saxophone di Jermaine Amissah, alla chitarra di Tobi Adenaike, alle percussioni di Karl Vanden Bossche e Oli Savill, al trombone di Harry Brown e alla tromba di Matt Roberts (in molti brani gli Ezra Collective si faranno accompagnare da un più ampio ensemble).
Con “Don’t Worry” i toni virano verso più rilassate ambientazioni in cui è ancora il basso a fare da motore e i fiati a dettare il tema.
Chiude il Side A la riuscita “Only Love” sospesa tra reggae/dub/rap…, con alla voce “Pa Salieu”, composizione fortemente accattivante nel suo essere al contempo tanto urbana quanto “etnica”.
Girato il vinile, “Someday” prosegue con un mood raffinato in stile retrò da colonna sonora anni Settanta.
Se “Part 2” è nuovamente affidata a Letitia Wright, con “Birdie Sings” ritorna il dub marchiato dai fiati che, con un inaspettato passaggio senza soluzione di continuità, si fonde a “The Last Stand”.
Il secondo vinile si apre con “Well Organised”, con alla voce Lila Iké e con un incipit che omaggia Lee “Scratch” Perry e Max Romeo, per poi , però, assestarsi su un piacevole ascolto ma troppo da salotto.
Con “El Corazon” i ritmi cubani e latini ben si fondono al jazz, rialzando la “qualità” dei giri, prima che “Bunny On The Rise” riconduca l’orecchio a ritmi e musica afro anni Settanta.
Dopo “Part 3” (sempre con Letitia Wright), il side D vede suonare la morbida, calda notturna e black “All I Need” con Leona Lewis alla voce; menzione speciale per una linea di basso che si fa sentire…
Se con “Jubilee Feeling” riparte il ritmo e il pianoforte si ritaglia un suo momento… “Black Flag” affonda in una “fusion” di fine millennio.
La conclusiva “Most High”, con alla voce Libianca, è ulteriore tentativo di unire passato con presente, impegno con immediata fruibilità…
- Conclusioni
Come già detto, con “Here Because Of Hope” gli Ezra Collective hanno restituito un bel lavoro, fruibile, musicalmente ecumenico, contenutisticamente carico di riflessione, realizzando un ideale melting pot socio-artistico-culturale, coniugando qualità con un più disimpegnato “dance floor” d’intrattenimento… ciò in perfetta linea con gli umori e gusti di chi (ieri come oggi) richiede musica ben composta e ben suonata ma comunque circoscritta entro i limiti di un rassicurante ascolto.
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