C’è un momento preciso in cui capisci che i Turnstile hanno vinto. Non è quando Elton John decide di prestare la sua voce e il suo pianoforte a “Seein’ Stars”, né quando la Taco Bell mette “Birds” e “Seein’ Stars” in uno spot con Tony Hawk che scende da una rampa. È quando ti trovi davanti a Never Enough: Versions, un disco in cui Dying Fetus, Hayley Williams, Panda Bear, Four Tet, Elton John, Blood Orange e A.G. Cook mettono le mani sulle canzoni di un album hardcore, e tutto sembra… normale. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. E forse lo è.
Perché Never Enough, uscito appena un anno fa, ha già vinto un Grammy come Best Rock Album e uno come Best Metal Performance per “Birds”. La band di Baltimora ha trasformato l’hardcore in un linguaggio che il mainstream non solo tollera, ma premia. E Versions è la conseguenza logica di questa egemonia culturale: un remix album che è insieme celebrazione, esperimento e prova di forza. La lista degli ospiti è una lineup da festival, e non è un caso. Ma il punto non è chi c’è. Il punto è cosa fanno.
Quando Dying Fetus aggrediscono “Birds” con una violenza death metal che sfiora il ridicolo, e subito dopo A.G. Cook trasforma “Dull” in un jock jam digitale per MPC, e poi arriva Hayley Williams a fare di “Ceiling” una torch song balearica, capisci che i Turnstile non stanno cercando di controllare il caos. Lo stanno cavalcando. E qui sta il nodo della questione. Versions è un disco irregolare, disomogeneo, a tratti frustrante. Faye Webster si perde nel sarcasmo di “I Care”, Julien Baker e Mustafa affogano “Time Is Happening” in un slowcore troppo mesto. Eppure, proprio in queste imperfezioni, il progetto trova la sua ragione d’essere. Non è un disco perfetto. È un disco vivo.
Tra i momenti più riusciti c’è senza dubbio il lavoro di Blood Orange su “Light Design”. Dev Hynes trasforma il pezzo in una registrazione domestica a gravità zero, un’aria rarefatta e dreamy che sembra fluttuare senza peso . È una di quelle reinterpretazioni che non cercano di competere con l’originale, ma di abitarlo da un’angolazione completamente diversa. Blood Orange era già apparso nel disco originale come ospite, e qui dimostra di aver capito profondamente il materiale, restituendocene una versione che è insieme fedele e radicalmente altra.
Diverso il discorso per Floating Points. La sua versione di “Sole” è un remix da club diretto e funzionale, un pezzo techno da peak-time che clona la melodia del tema per archi. Funziona, ma non sorprende. È il tipo di remix che ti aspetti da Floating Points: competente, ben costruito, ma un po’ prevedibile. Alcuni recensori l’hanno definito “un po’ piatto” , e in effetti non è tra i momenti più memorabili del disco. Ma c’è un valore anche in questo: Floating Points non tenta di stravolgere “Sole”, la porta semplicemente nel suo territorio, e per un remix album va bene così.
E qui arriva il punto che rende Versions più di un semplice esercizio di stile. I Turnstile hanno un rapporto con l’elettronica che non è mai stato accessorio. Fin da Glow On, hanno incorporato sintetizzatori, breakbeat e influenze club nel loro hardcore, non come decorazione ma come parte strutturale del loro suono. La loro Baltimora è la stessa di Rod Lee e del Baltimore club, e quella tradizione è sempre stata presente, anche quando non era evidente. Versions non fa che portare alla luce qualcosa che era già lì: la componente elettronica dei Turnstile non è un tradimento dell’hardcore, è una sua evoluzione naturale.
Questo è il punto che molti critici ortodossi faticano a digerire. Ma i Turnstile non stanno svendendo un genere. Lo stanno espandendo. Stanno prendendo l’hardcore e lo stanno portando in luoghi dove non era mai stato, senza perdere la sua energia, la sua urgenza, la sua attitudine. La collaborazione con Blood Orange, con Floating Points, con Four Tet, con A.G. Cook non è un’operazione di facciata. È la conferma che il linguaggio dei Turnstile è abbastanza flessibile da sostenere interpretazioni radicalmente diverse senza spezzarsi.
I momenti migliori arrivano quando gli ospiti smettono di decorare e iniziano a destrutturare. Shabaka Hutchings trasforma “Slowdive” in un rettile anfetaminico che sta a metà tra post-bop e post-hardcore. Nourished by Time prende “Sunshower” e ne butta via quasi tutto, tenendo solo una frase pitched-up e il basso juddering di Lyons, per poi costruirci sopra un daydream da skate di strada. Dan Deacon fa esplodere “Dreaming” in una corsa euforica con angeli urlanti. Questi sono i momenti in cui Versions smette di essere un esercizio di stile e diventa qualcosa di necessario.
C’è anche da dire che i Turnstile si sono concessi il lusso di essere generosi. Hanno lasciato che i loro pezzi venissero smontati, ricostruiti, a volte quasi irriconoscibili. Hanno chiamato leggende locali di Baltimora — Rod Lee, Brandon Woody, Dying Fetus — accanto a superstar globali senza fare distinzioni di gerarchia. È un gesto che dice molto su dove sono arrivati e su come intendono restarci.
Il problema, semmai, è un altro. Versions conferma che i Turnstile sono ormai in una posizione di dominio tale da poter fare quello che vogliono. Ma il disco tradisce anche una certa cautela nella selezione degli ospiti. Manca il coraggio di dare spazio a quella next generation di iconoclasti hardcore che forse avrebbe potuto davvero sorprendere. Il risultato è un disco che a tratti sembra più un museo che un laboratorio. Bello da visitare, ma con poche porte lasciate aperte.
Eppure, quando Versions funziona, funziona davvero. La “Ceiling” di Hayley Williams è una delle cose più belle uscite da questo progetto: una canzone che nell’originale era un interludio di un minuto, trasformata in un pezzo che ti fa venir voglia di guidare lungo una costa al tramonto. È il tipo di alchimia che giustifica l’intera operazione.
Alla fine, Never Enough: Versions è il ritratto di una band che ha smesso di doversi giustificare. I Turnstile non sono più “quelli che portano l’hardcore al mainstream”. Sono il mainstream. E Versions è la prova che possono permettersi di aprire le porte e vedere chi entra. Alcuni entrano bene, altri meno. Ma il fatto che le porte siano aperte è già una vittoria. E se il prezzo da pagare è un disco imperfetto, allora ben venga l’imperfezione. Perché l’alternativa — un altro disco perfetto e controllato — sarebbe stata molto più noiosa.
Resta però una curiosità che non mi abbandona. Dopo Glow On, dopo Never Enough, dopo questo Versions che allarga ulteriormente il campo d’azione, sono curioso di vederli nel prossimo futuro cosa combineranno in termini di suono, composizione e approccio attitudinale. Perché se c’è una cosa che i Turnstile hanno dimostrato in questi anni è che non hanno alcuna intenzione di restare fermi. E questa, per una band che viene dall’hardcore, è forse la notizia più bella di tutte.
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