I giovani Your Brother’s Keeper e il più “anziano” Gary Bartz (86 anni il 26 settembre 2026) hanno pubblicato, nel ventesimo anno di vita della Brownswood Recordings, il meditativo “Where Rivers Meet”.
- Brownswood Recordings
Nel 2018 l’etichetta londinese Brownswood Recordings (che quest’anno compie 20 anni di attività) pubblicò la “raccolta” “We Out Here” destinata a diventare celebre poiché contenente composizioni di alcuni esponenti di spicco della nuova generazione “jazz” (in senso ampio) britannica; le nove tracce del LP erano, infatti, accreditate a: Maisha, Ezra Collective, Moses Boyd, Theon Cross, Nubya Garcia, Shabaka Hutchings, Triforce, Joe Armon-Jones, e Kokoroko. Nel 2019 partirà poi anche il We Out Here Festival.
Come si apprende anche dallo stesso sito dell’etichetta (https://brownswoodrecordings.com/about/ – consultato il 12.8.2026), la Brownswood Recordings “is an independent record label founded by the DJ and broadcaster Gilles Peterson in 2006. Proudly rooted in London’s diverse music community, the label has become a hub for eclectic genre-defying music. Taking inspiration from across the Black musical cannon – jazz, soul, hip hop and bass music, we have collaborated with many leading innovative music makers from the UK”.
Ed ancora, in merito, al festival: “As festival founder Gilles Peterson has been doing over his four-decade-long career, We Out Here joins the musical dots between soul, hip hop, house, afro, electronica, jazz and beyond; showcasing both outstanding live music and some of the best record collections in the world. Past guests include Hermeto Pascoal, Pharaoh Sanders, Ebo Taylor, MJ Cole, Bashy, Noname, Rotary Connection 222, Loyle Carner, The Comet Is Coming, Yussef Dayes, Ezra Collective, Nia Archives, Sampha, Black Star, Nubya Garcia, Masters at Work, Bonobo, Theo Parrish and many more…” (da https://weoutherefestival.com/about-us/ – consultato il 12.8.2026).
Su queste pagine più volte si sono incrociate le sorti della Brownswood Recordings e dei suoi protagonisti, come per l’intervista fatta allo stesso Gilles Peterson, nella recensione del bel “Black Classical Music” di Yussef Dayes o quando si è parlato dei Kokoroko, di Tom Skinner… io stesso poi mi sono trovato ad acquistare, anche senza preventivamente saperlo, LP della Brownswood Recordings come “Black Focus” di Yussef Kamaal oltre a dischi dei già citati di Yussef Dayes, Maisha, Shabaka Hutchings, Joe Armon-Jones, Kokoroko…
Where Rivers Meet by Your Brother’s Keeper & Gary Bartz
- Gary Bartz
Prima di addentrarci nella descrizione di “Where Rivers Meet” è opportuno fare una breve (e sicuramente riduttiva) presentazione introduttiva di Gary Bartz vista la sua importanza come sassofonista jazz fin dagli anni Sessanta.
Analizzare l’intera carriera musicale di Bartz sarebbe “opera” lunga e dispersiva ai fini della nostra trattazione, mi limiterò a citarne solo alcuni passaggi salienti degli anni Sessanta e Settanta, con le loro luci e le loro ombre.
Dopo aver preso parte negli anni Sessanta agli storici Art Blakey and the Jazz Messengers e aver collaborato nel 1968 con Max Roach per “Members, Don’t Git Weary”, sempre nel 1968 Bartz esordisce come Gary Bartz Quintet con il disco di jazz più tradizionale “Libra” (“Eastern Blues”, “Libra”, “Bloomdido”…), per poi seguire l’anno successivo (a nome però solo Gary Bartz) anche gli umori più “free” del tempo con “Another Earth”, disco caratterizzato da “Another Earth”, lunga composizione di 23 minuti che occupava l’intero Side A e che vedeva oltre a Bartz al contralto, al tenor saxophone Pharoah Sanders.
Nel 1970 Bartz inizia a gravitare nell’orbita Miles Davis (sarà presente in alcune sue pubblicazioni tra cui “Live-Evil”, “The Cellar Door Sessions 1970”, “Bitches Brew Live”…) oltre a collaborare con altri illustri musicisti come McCoy Tyner, Pharoah Sanders… e nel corso degli anni settanta con Donald Byrd, Woody Shaw, Kenny Burrell, Jackie McLean… tanto da dare alle stampe, nel 1973, “Altissimo” a nome Gary Bartz, Lee Konitz, Jackie McLean e Charlie Mariano.
Nel 1970 inizierà anche la produzione a nome Gary Bartz’s NTU Troop con la pubblicazione di “Home!” (registrato però dal vivo il 30 marzo 1969), il cui intento e impegno è ben chiaro fin dal brano d’apertura “B.A.M.” (Black American Music).
A “Home!” (da cui va citata anche la personale versione di “It Don’t Mean a Thing” di Duke Ellington e Irving Mills), seguiranno nel 1971 i due “Harlem Bush Music” (“Uhuru” e “Taifa”) che vedranno portante l’inserimento della voce (con Bartz inizierà a collaborare Andy Bey), cantata e recitata (come in “Parted” con testo del poeta e scrittore Paul Laurence Dunbar); l’ascolto si sposterà sempre più verso sonorità “black” di stampo afro, funk, soul.. (“Blue (A Folk Tale)”, “Uhuru Sasa”, “Celestial Blues”, “People Dance”…), caratteristica che segnerà anche i successivi lavori a firma NTU Troop che non disdegneranno di virare anche verso più accomodanti soluzioni; su “Juju Street Songs” del 1972 troverà ad esempio spazio una cantata “Black Maybe” di Stevie Wonder, “I Wanna Be Where You Are” (interpretata anche da Michael Jackson), un’esotica “Teheran” e una accattivante “Africans Unite”, mentre su “Follow, The Medicine Man” del 1973, accanto al ritmo di “Sifa Zote”, di “Dr. Follow’s Dance” e di “Sing Me A Song Today”, girerà una morbida “Betcha By Golly, Wow” di Thom Bell and Linda Creed.
Del 1973, come a chiusura di un’epoca, è anche il live “I’ve Known Rivers and Other Bodies”. Con i NTU Troop Bartz pubblicherà però nel 1974 “Singerella – A Ghetto Fairy Tale”, un lavoro ancora più “allineato” con i tempi e con un certo “mainstream” di stampo anche “cinematografico” (“Singerella – A Ghetto Fairy Tale”, “Dozens (The Sounding Song)”….).
Molto meglio il live “Live In Bremen 1975” (pubblicato nel 2021) contenente le registrazioni dell’8 novembre 1975 a Bremen, con lunghe esecuzioni e medley come “Nation Time / Ju Ju Man” (di oltre 30 minuti), “I’ve Known Rivers” e “Sweet Tooth” (di oltre 24 minuti), “Peace And Love/Sifa Zote” (di circa 18 minuti); dal vivo Bartz (qui in quartetto con Curtis Robertson, Howard King e Charles Mims) è come se ritrovasse una più pura, istintiva e immediata sensibilità anche se la sua voce (non quella di Andy Bey) è comunque presente, così come sono presenti momenti più “soft” (“For The Love Of You”).
Devo dire che per un gusto personale preferisca il Bartz strumentale al Bartz con voce: si veda per tutti il confronto tra la “Rise” strumentale di “Home!” e quella cantata di “Harlem Bush Music – Taifa”.
Del 1975 è ancora “The Shadow Do!” lavoro a nome del solo Bartz che sostanzialmente continua nel seguire i suoni e gli stili degli anni Settanta, aggiungendo elettronica e sonorità sempre più “black/funk” (“Winding Roads”, “Make Me Feel Bette”, “Incident”) e commerciali (“Mother Nature”, “Love Tones”…), piglio mainstream che culmina nei brani da “crociera” “Gentle Smiles (Saxy)”, “Sea Gypsy”, “For My Baby”…
Analoga operazione colpirà “Music Is My Sanctuary” (del 1977) in cui Bartz oltre alle citate atmosfere da crociera (“Love Ballad”), ai ritmi black di moda negli anni Settanta (“Music Is My Sanctuary”, “Swing Thing”, “Macaroni”…), toccherà anche ritmi latini (“Carnaval De L’Esprit”), ballate dal gusto “doo-wop” (“Oo Baby Baby”)… il risultato è un disco radiofonico e “borghese”.
La diversa personalità musicale di Bartz viene testimoniata dai due dischi pubblicati nel 1976 e 1977, in sostanza dopo “The Shadow Do!” e nello stesso anno di “Music Is My Sanctuary”: “Juju Man” (del 1976) e “Love Song” (del 1977).
Con il bel “Juju Man” (che resterà tra i suoi lavori migliori), Bartz torna a suonare jazz intriso di spiritualità; se l’omonima traccia omaggia l’“Amore Supremo” di John Coltrane, “Straight Street”, “Pisces Daddy Blue” parlano jazz, mentre una particolare “My Funny Valentine” è caratterizzata dalla voce di Syreeta e dall’uso del sintetizzatore.
Con “Love Song” Gary Bartz offre, invece, il lato più pacato del suo essere “radiofonico” e “commerciale”, per un disco che è il contraltare “soft” a “Music Is My Sanctuary”, altrettanto “borghese” ma più da “salotto”.
“Love Affair” (del 1978) è un disco “pop” (nel senso peggiore del termine) e patinato; Bartz così chiuderà nel peggiore dei modi un decennio che lo aveva visto, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, alfiere di un jazz carico di spiritualità… spiritualità che (in parte) ha ritrovato più meditativa oggi in “Where Rivers Meet”.
- “Night Dreamer Direct-to-Disc Sessions”
Per quanto concerne la discografia di Gary Bartz, si è deciso di mettere un punto fermo agli anni Settanta, avendo però ad inizio articolo citato i Maisha e data la bontà del disco, ritengo di dover fare un’eccezione per “Night Dreamer Direct-to-Disc Sessions”, lavoro a firma Gary Bartz And Maisha uscito nel 2020.
Si è anche citato il We Out Here Festival e sul sito della Night Dreamer (https://store.nightdreamer.co.uk/products/gary-bartz-maisha-cat-nd007 – consultato il 12.8.26) si legge: “Bartz was first invited to share a stage with Maisha by Gilles Peterson to headline the inaugural We Out Here festival… A European tour followed, including a London Jazz Festival highlight at the Royal Festival Hall, celebrating the 50th anniversary of his album “Another Earth”, originally featuring fellow legends, Pharoah Sanders, Charles Tolliver, Stanley Cowell, and John Coltrane’s own bassist, Reggie Workman.”.
“Night Dreamer Direct-to-Disc Sessions” è un disco di jazz di matrice funk, dall’energica spiritualità, ritmato, muscolare che, senza cedimenti né “pause” (resta sostenuto anche nella più pacata “Leta’s Dance”), cattura le esecuzioni dal vivo delle sessioni “Direct-to-Disc” della Night Dreamer; alle tre belle composizioni inedite “Harlem – Haarlem”, “The Stank” e “Leta’s Dance” (scritte da Bartz e dai Maisha) si affiancano i due “classici” di Bartz degli anni Settanta “Uhuru Sasa” e “Dr Follows Dance”.
- “Where Rivers Meet”
Se la collaborazione con i Maisha aveva partorito un disco dal groove possente votato a una spiritualità energica, propria del Gary Bartz dei primi anni Settanta, la collaborazione con gli Your Brother’s Keeper, cristallizzata in “Where Rivers Meet”, si muove su coordinate più meditative e introspettive.
Con Bartz al sax alto e soprano, sono al piano, synth, e modular FX Ali MacSween, al sax tenore Chelsea Carmichael, alla tromba Axel Kaner-Lidstrom, al contrabbasso Twm Dylan, alle percussioni Tim Doyle e alla batteria Jake Long; le registrazioni, poi, risalgono al 3 e al 7 giugno del 2023.
Messo il vinile sul piatto è “Cauldron”: il sintetizzatore e le percussioni creano uno sfondo etereo ma denso per una “voce” che si apre (mi sono venuti in mente alcuni lavori dell’ECM) prima che il ritmo percussivo guidato dal contrabbasso e le sfumature d’elettronica aumentino e con esse il tema e fraseggio dei fiati.
Ipnotica e cadenzata dal contrabbasso e dalla batteria nel suo lento incedere è “Ground Loop”, notturna, dal tema nebbioso e rarefatto; da ascoltare la bella versione estesa live del video ufficiale.
Con “Eclipse” la notte si fa ancor più buia e misteriosa, a tratti impalpabile nei suoi fraseggi “free” che senza soluzione di continuità si infrangono contro la scogliera percussiva delle esplosioni ritmiche di “Solar Flares”; le ritmiche in un crescendo, si compattano fondendo reminiscenze di elettronica kraut a estemporanee linee di fiati.
Girato lato “Loris”, pur restando nel mood, si sposta verso uno spiritual-afro-jazz in cui si ritaglia spazio il pianoforte.
“Petrichor” è magmatica nella commistione tra il “fluido” sottofondo e le astrazioni free di superficie.
Chiudono i circa nove minuti e trenta di “Mantra”, composizione che sembra sorgere con una radiosa sorgente spirituale luce d’alba dalle più scure tinte che avevano invaso fino ad ora l’orecchio.
- Conclusioni
Se da una parte “Where Rivers Meet” dimostri come Gary Bartz, anche a ottant’anni passati, sappia ancora mettersi in discussione e continui a sentire forte nella sua musica una spinta “spirituale”, dall’altra certifica il continuo rinnovamento nelle nuove generazioni (in tal caso gli Your Brother’s Keeper) di una peculiare sensibilità e di un altrettanto peculiare intramontabile gusto artistico; al contempo “Where Rivers Meet”, con il suo “equilibrio”, si inserisce nella linea “artistica” della Brownswood Recordings che ha rivolto il suo sguardo (anche) verso un “jazz”contaminato e aperto a contemporanee “accomodanti” sonorità, per un’etichetta che propone una musica di ottima fattura, figlia di un “compromesso” che suona elegante, poco viscerale e poco istintivo, che si potrebbe definire benevolmente “British”, e sicuramente funzionale allo scopo di saper piacere ad ampio raggio conservando qualità.
https://www.instagram.com/yourbrotherskeeper_music
https://www.instagram.com/bartzoyo

































