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“Odyssey”: Nubya Garcia ha perso l’occasione di entrare nel gotha del “jazz” del 2000

di Marco Sica
30 Ottobre 2024
in Recensioni
Tempo di lettura: 5 minuti
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In occasione della recensione dell’ottimo “The Love It Took to Leave You” di Colin Stetson si era osservato come stessimo vivendo un più che interessante momento storico per il sassofono nelle sue molteplici declinazioni: “Di recente, su queste pagine, si è scritto della bellissima collaborazione tra i The Messthetics e James Brandon Lewis e, sempre di Lewis, dell’altrettanto riuscito “Eye of I”; ancor prima si è parlato dell’ottimo  “Coin Coin” di Matana Roberts e poi anche del riuscito “Fearless Movement” di Kamasi Washington. Di ottobre è, poi, “Blues Blood” di Immanuel Wilkins (sassofonista che abbiamo già incontrato in “Beyond This Place” di Kenny Barron)”.

Va ora aggiunto “Odyssey” (Concord Jazz) di Nubya Garcia che però ha tradito le aspettative. 
 
Nata nel vivo e prolifico “focolaio” britannico (ed in particolare) della Londra dell’ultimo decennio, che ha visto nel suo grembo tantissimi ottimi musicisti e gruppi muoversi tra jazz, funk, fusion, afrobeat… (per citarne alcuni gli Ezra Collective, i Sons of Kemet, i The Comet Is Coming, i Maisha, i Kokoroko, i The Heliocentrics, i SEED Ensemble, Shabaka Hutchings, Moses Boyd, Joe Armon-Jones, Theon Cross, Cassie Kinoshi, Sheila Maurice-Grey … del 2018 la raccolta “We Out Here” della Brownswood Recordings con protagonisti, oltre alla Garcia che firma “Once” e partecipa in modo ampio come musicista, alcuni dei citati nomi), Nubya Garcia dopo il promettente, sebbene a tratti acerbo “Nubya’s 5ive” del 2017 (bella “Fly Free”, di spicco “Hold” e la notturna “Contemplation” in cui affioravano anche echi di John Coltrane), si era imposta, nel 2020, con “Source”, lavoro in cui veniva in parte abbandonata l’impronta di un jazz più puro con incursioni verso un più aperto linguaggio musicale che, partendo dalla riuscita “Pace”, si adagiava sulla sentita e “morbida” “The Message Continues”, per giungere all’ibrido con evidenti richiami ora al dub di “Source” e di “Stand with Each Other” (brani che vedevano la partecipazione di Sheila Maurice-Grey dei Kokoroko, di Cassie Kinoshi del SEED Ensemble – e dei Kokoroko – e di Ritchie Seivwright dei Kokoroko), ora “afro-latini” di “La cumbia me está llamando”.  
 
In “Source”, però, emergevano anche dei limiti, non solo in termini di scrittura, dato il non sempre riuscito eclettismo, ma anche di esecuzione, soprattutto della batteria di Sam Jones, eccessivamente incline al virtuosismo (Yussef Dayes docet), come testimonia con evidenza la citata “The Message Continues” e le jazzate “Inner Game” o “Before Us: In Demerara & Caura”.

Odyssey by Nubya Garcia

Interessante il “Live At Radio City Music Hall” (che Garcia occupa per l’intero Side A, mentre il Side B è a firma Khruangbin con, tra l’altro, un “The Infamous Bill”/“Pelota” di gusto e una trascinante Time “(You and I)”) contenente registrazioni dal vivo del 9 e 10 marzo 2022 a New York City in cui spiccano una più asciutta “Source”, una bella “The Message Continues” e una riuscita “La cumbia me está llamando”, liberata da richiami “etnici” e cori, a testimonianza di come Nubya Garcia si esprimi al meglio quando opti per un jazz più puro.

Con “Odyssey” Nubya Garcia riparte da “Source” (anche la formazione base è la medesima con Nubya Garcia al sassofono tenore, Joe Armon-Jones al pianoforte, Daniel Casimir al contrabbasso e  Sam Jones alla batteria), ampliandone lo spettro sonoro ma reiterandone ed ingigantendone però gli errori; si ha l’impressione che la Garcia cerchi di ripercorrere gli stilemi di Kamasi Washington, senza però averne né pieno controllo né le capacità.   
 
L’alba orchestrale che apre il giorno del primo vinile è affidata a “Dawn” (con Esperanza Spalding alla voce e autrice del testo) che mostra subito i pregi e i difetti di “Odyssey”, per una composizione in cui la varietà di arrangiamento (in evidenza la Chineke! Orchestra) s’impone e in cui la batteria di Sam Jones continua ad eccedere oltre il dovuto (qui come farà in quasi tutto il disco a differenza del pianoforte più misurato di Joe Armon-Jones, noto componente della celebre Ezra Collective; da ricordare il loro bel “Where I’m Meant to Be” del 2022).
 
Con l’eponima “Odyssey” si ritorna a un jazz più tradizionale in cui si avverte nel sassofono tenore di Garcia maggiore maturità rispetto agli esordi e in cui la Chineke! Orchestra riempie con equilibrio anche quando si ritaglia con gli archi un frammento in primo piano nel finale; parimenti interessante e riuscita è “Solstice”, che si incanala nel solco di “Odyssey” per i due momenti più interessanti dell’intero lavoro. 
 
Girato il vinile, con “Set It Free” si cambia registro verso una più ammiccante soluzione che vede coinvolta Richie alla voce e come autrice del testo, Sheila Maurice-Grey alla tromba, Rosie Turton al trombone (Sheila Maurice-Grey e Rosie Turton saranno presenti anche in altri brani) e Joe Armon-Jones al Rhodes ad “ammorbidire” il tutto.
 
Il contrasto tra “pelli” e “legno” in “The Seer”, per la prima volta rende la sempre “esuberante” batteria di Jones più contestualizzata e funzionale, con una Garcia che avrebbe anche potuto tirare maggiormente la tensione; bello il cambio di ritmo nel finale.
 
“Odyssey (Outerlude)” è breve intermezzo in cui il sassofono tenore di Nubya Garcia si fonde alla perfezione con gli archi della Chineke! Orchestra creando un esatto pathos che però è bruscamente interrotto dall’orecchiabile “We Walk In Gold”, brano affidato alla voce quasi narrante di Georgia Anne Muldrow, autrice anche del testo, e che assume toni ai limiti del musical  chiudendo un primo disco che convince a metà e perplime per l’eccessiva diversità di momenti d’ascolto troppo disomogenei.  
 
La non felice sensazione sopra descritta trova maggior conferma nel secondo vinile, aperto dal violoncello di James Douglas e dalla Chineke! Orchestra per un’“insensata” “Water’s Path”.
 
Gli archi si ripropongono immediatamente in “Clarity”, brano che rimanda al jazz più “mellifluo” e “borghese”, per un momento d’ascolto assai poco convincente al pari della successiva “In Other Words, Living”; si ha la sensazione che quello di interessante che la Garcia aveva da dire, lo abbia esaurito.
 
Chiude un Side C deludente “Clarity (Outerlude)” nuovamente affidata al sassofono tenore di Nubya Garcia e agli archi della Chineke! Orchestra che qui però non hanno la forza evocativa di “Odyssey (Outerlude)”.
 
Il Side D cambia nuovamente registro e si torna (come in “Source”) a ibridi con la doppia versione di “Triumphance” (vocale e strumentale) intrisa di reggae/dub, con un tema tanto commercialmente funzionale quanto familiare (mi ha evocato “Tyler” degli UB40 in stile Jimmy Sax), e spoken della stessa Garcia (nella versione strumentale non ci sarà lo spoken)…   
 
Riposto il doppio LP si può dire che con “Odyssey” Nubya Garcia abbia perso l’occasione di entrare nel gotha della musica “jazz” (in senso ampio) dei giorni nostri.

https://www.nubyagarcia.com/
https://www.facebook.com/nubyagarciamusic
https://www.instagram.com/nubya_garcia/


 
 
 

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