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Con “Beyond This Place” Kenny Barron riunisce differenti generazioni per un jazz di qualità

di Marco Sica
7 Giugno 2024
in Recensioni
Tempo di lettura: 5 minuti
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Kenny Barron.

Kenny Barron.

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Feci la conoscenza con la musica di Kenny Barron quando da ragazzo, appena ventenne, acquistai “Night And The City” (del 1998) a firma di Charlie Haden e Kenny Barron, un disco di cui mi innamorai e che tuttora adoro (analoga esperienza la provai con “Paris Blues” del 1988 di Gil Evans e Steve Lacy); all’epoca i pianisti jazz (per limitare la trattazione al pianoforte) che prediligevo erano Keith Jarrett (di “Facing You” del 1972 – ancor prima degli storici live a Colonia del 1975 – che resta un capolavoro – , Parigi del 1988 e Vienna del 1991 –  e in trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette – “Still Live” registrato nel 1986 in particolare, ma in generale tutti i lavori a loro nome), Bill Evans (in trio con Scott LaFaro e Paul Motian – “Portrait in Jazz” del 1960, “Sunday at the Village Vanguard” del 1961, “Waltz for Debby” del 1962) e il Bill Evans di “You Must Believe in Spring” (con Eddie Gómez e Eliot Zigmund del 1981; da citare anche la versione di “Invitation” del duo Evan-Gómez da “Intuition” del 1975), di “Affinity” del 1979 con Toots Thielemans e di “Undercurrent” del 1962 con Jim Hall, il Thelonious Monk di “Brilliant Corners” del 1957 e di “Straight, No Chaser” del 1967, l’Horace Silver Quintet di “Song for My Father” del 1965, il McTyner di “Sahara” del 1972, l’Herbie Hancock di “Empyrean Isles” del 1964 e “Maiden Voyage” del 1966, l’Oscar Peterson Trio (con Ray Brown e Ed Thigpen) di “Night Train” del 1962, il più estremo Cecil Taylor di “Nefertiti the Beautiful One Has Come” del 1963 … e molto mal digerivo Chick Corea sopratutto con l’Akoustic Band con John Patitucci e Dave Weckl. 

Ascoltando “Night And The City”, quello che mi colpì di Barron fu il suo insolito equilibrio e la sua capacità di arricchire l’esecuzione anche nelle più esposte scomposizioni dei temi (meravigliosa la “Waltz for Ruth” di Charlie Haden), oltre a un’ottima scrittura come dimostra la splendida “Twilight Song” (ed ancora i classici “For Heaven’s Sake”, “Spring Is Here”, “Body and Soul”, “You Don’t Know What Love Is”,” The Very Thought of You”); un disco a cui i rumori di fondo del pubblico e della sala conferivano una notturna intimità unica (con Charlie Haden e con il batterista Roy Haynes, nel 1994, Barron aveva già pubblicato “Wanton Spirit” che veniva penalizzato paradossalmente dall’aggiunta della “pelli”, mostrandosi meno riuscito di quanto poi sarà “Night And The City”; da ricordare, nei momenti più pacati, comunque “Sail Away”, “Passion Flower” …).

E così, andando a ritroso, prima l’ascolto della collaborazione con Stan Getz per il celebre e bel “People Time” (tutto da ascoltare soprattutto nella ripubblicazione in versione estesa “People Time: The Complete Recordings”), registrato nel marzo del 1991 a pochi mesi dalla morte di Getz avvenuta il 6 giugno del 1991, e poi lo stupore di scoprire un Kenny Barron con inclinazioni funky e fusion nei primi dischi degli anni settanta (“Sunset To Dawn” del 1973 – da citare “Sunset”, “Swamp Demon”, “Dawn” -, “Peruvian Blue” del 1974 – da citare “Peruvian Blue”, “In The Meantime” -, “Lucifer” del 1975, – da citare “Hellbound”, “Spirits”, “Lucifer”). Menzione a parte per “Innocence” del 1978, il migliore di quel periodo anche per il solo Side A che è composto dalla stupenda “Sunshower” – resa in modo eccelso l’anno prima da Ron Carter sul suo “Piccolo” del 1977, in cui Barron suona il pianoforte – e dalla stessa “Innocence”. Non mancavano, nei citati lavori, brani per pianoforte (“Flower”, “Oleo” di Sonny Rollins, “Here’s That Rainy Day” …) in cui si avvertivano in Barron echi di virtuosismi alla Art Tatum. Per completezza del “periodo”, va detto che il 15 febbraio del 1975 Barron effettuerà, con Ted Dunbar alla chitarra, delle registrazioni live che vedranno la luce nel 1980 sul disco “In Tandem” (in cui spiccano la lunga “Summertime” e il brano composto da entrambi i musicisti “Aruba“).

Ora, superati gli ottant’anni, Barron ha dato alle stampe l’ottimo “Beyond This Place” (Artwork Records), un disco che da subito spicca per i musicisti coinvolti che uniscono la vecchia generazione con quella emergente.

Con Barron, infatti, il giovane astro del jazz Immanuel Wilkins al sax contralto (recente il suo fulminante esordio con “Omega” del 2020 seguito da “The 7th Hand” del 2022 in cui Wilkins, con i circa 21: minuti di “Lift”, dimostra di saper declinare un linguaggio anche più “free”), l’esperienza di Kiyoshi Kitagawa al contrabbasso, l’affermato Johnathan Blake alla batteria (oltre alle collaborazioni, da ricordare i suoi “Trion” – registrato live nel 2018, “Homeward Bound” del 2021 e “Passage” del 2023) e il più maturo Steve Nelson al vibrafono (noto per l’uso di tale  strumento; da ricordare gli inarrivabili vibrafonisti Lionel Hampton, Milt Jackson e Bobby Hutcherson; non posso non citare dei Modern Jazz Quartet con Milt Jackson “Fontessa” e “Django” del 1956 e di Bobby Hutcherson i suoi “Dialogue” del 1965, “Components” del 1966 e “Happenings” del 1967).

Ed è da questa commistione che nasce la forza di “Beyond This Place”, come da subito palesa il  perfetto classico “The Nearness of You” in cui Wilkins si distingue.

Splendida “Scratch” per scrittura (di Barron) e in cui tutto si esalta, dal pianoforte (che nella parte di accompagnamento evoca Thelonious Monk), alla sezione ritmica, agli assoli di sassofono e di vibrafono. 

Splendida (e più) è anche “Innocence” (di cui si è già parlato e sempre a firma di Barron) in questa sua nuova graditissima versione che chiude un eccelso Side A del primo vinile.

Apre il Side B del primo vinile “Blues on Stratford Road” (di Blake) che gira perfettamente nel suo incedere e con il suo esatto tema.

Non di meno è “Tragic Magic” (di Barron), altro brano ineccepibile e dall’esecuzione (con particolare attenzione alla batteria di Blake) esemplare.  
“Beyond This Place” (di Barron) si distingue per il suo “spirito” sospeso tra preghiera e poesia e congeda nel migliore dei modi il primo dei sue dischi. 

Come per il primo vinile, anche il secondo è affidato in apertura a uno standard e in questo caso alla sempre bella “Softly As In a Morning Sunrise“, che non delude in una “convulsa” versione affidata ai soli Barron e Blake, e in cui pianoforte (Barron è ispiratissimo) e batteria si esaltano a vicenda.  

“Sunset” (di Barron) è nomen omen con le sue atmosfere da imbrunire e con la sua densa notte alle porte del suono.

Chiude il Side A del secondo vinile “We See“, riuscito omaggio a Thelonious Monk (musicista particolarmente amato da Barron) per solo pianoforte e sax contralto. 

Va segnalato che la versione in vinile include altri due brani sul secondo lato del secondo disco, e nello specifico l’ulteriore classico “You’ve Changed” per solo piano e contrabbasso e “Dewdrop” (di Barron) che impreziosiscono ulteriormente un lavoro discografico fino a quel punto già eccellente.

Si può serenamente dire che Kenny Barron, con “Beyond This Place”, sia tornato ad alti livelli e che abbia riappacificato l’ascolto con il jazz di qualità.  

Ultima annotazione per la bella copertina “Above The Floodplain” di R. Gregory Christie.

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