Dopo un silenzio durato otto anni, la band francese Ulan Bator torna a farsi sentire con questo nuovo lavoro. Sempre più un gruppo che ruota attorno alla figura di Amaury Cambuzat, in “Dark Times” lo storico leader si è affiancato a Mario Di Battista al basso e a Franck Lantignac alla batteria e alle percussioni, con alcuni ospiti presenti in una manciata di brani. Il sound dell’album è incentrato su un post-rock a volte tribale, con occasionali incursioni nel krautrock (ricordiamo che Cambuzat è stato anche membro dei Faust). Il lavoro risulta piacevole grazie alla capacità del trio di fondere armoniosamente poesia introspettiva e un mix di paesaggi musicali, spesso variegati e in evoluzione. Un’evoluzione che fa emergere l’urgenza creativa del leader francese, mai pago, ma sempre alla ricerca di nuovi orizzonti musicali da esplorare. Questo è evidente tanto nella title-track, sperimentale, contorta e tesa, quanto nella maestosità di “Locus Solus“, enfaticamente intrigante. L’andamento tribale di “Into Nothing“, con Daniel D. Hedin (LeDays) alla voce, ipnotizza l’ascoltatore per il suo incalzare deciso e straniante. Il krautrock domina in “L’Impératrice“, con Monia Massa al violoncello: un brano frammentato, basato su riff ripetuti ma non rocambolesco, quasi armonioso nel suo andirivieni sonoro. In questi dieci brani gli Ulan Bator ci regalano un’esperienza musicale accattivante e versatile.
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Bar Italia, il loro sound ha una formula sempre più accattivante
Pubblicato ancora una volta per la Matador, esce — dall’inizio della pandemia — il quinto album dei Bar Italia, Some Like...

































