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Fat Dog, album di debutto senza freni per la band techno punk londinese

di Francesco Postiglione
27 Novembre 2024
in Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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“It’s Fucking Fat Dog Baby”: inizia così la prima track del primo disco dei Fat Dog, ed è una frase che è già manifesto: 8 mesi dopo l’uscita del loro singolo di debutto King of the Slugs (ne parlammo qui), il loro album di debutto WOOF a(Domino) nnuncia dalle prime parole e dalle prime note con che tipo di disco e di band abbiamo a che fare. E’ senza dubbio una delle novità più eccitanti degli ultimi anni, perché parliamo di scatenati ragazzi artefici di live frenetici e selvaggi come non se ne vedevano da anni, e con solo due singoli all’attivo (All the Same è stato pubblicata a gennaio), a cui si aggiunge ora il recentissimo Running, i Fat Dog sono già una band di tendenza, meritatamente.
Quando si sono formati, durante il covid del 2020, i cinque ragazzacci di Brixton hanno fatto due giuramenti: che si sarebbero presi cura l’uno dell’altro, e che non ci sarebbero stati sassofoni nella band. “Tutto è finito fottutamente fuori dalla finestra”, ha commentato il frontman e vocalist Joe Love, quando gli è stato fatto notare che c’è un sassofono nel disco.
Chris Hughes (tastiere e sintetizzatori), Ben Harris (basso), Johnny Hutchinson (batterie) e Morgan Wallace (tastiere e appunto sassofono) completano la squadra scatenata di ritmi letteralmente frenetici, come si sente subito in Vigilante ma ancora di più, se possibile, in Closer to God.
Parliamo di Techno punk suonata, o meglio computerizzata, a ritmi ancora più violenti e veloci di Prodigy e Underworld, (per alcune atmosfere orientali è come sentire i Kasabian acidizzati e incattiviti e senza alcun freno): che per estrazione sociale, origine musicale, e tipologia di suoni, sono gli accostamenti più immediati che qualunque ascoltatore farà. Sono però più cattivi nei ritmi e nelle urla persino dei Prodigy: il loro stile è, a detta di Love, musica da “urlo dentro un cuscino”.
Dentro questa definizione provocatoria ci sta in realtà un mix originalissimo di elettro-punk, rock’n’roll sintetico, techno, industrial-pop e euforia da rave. Sì, diciamolo subito, è musica da rave, ma, come dice Hughes, “al momento molta musica da rave è cerebrale e la gente non la balla. La nostra è al polo opposto: la senti nel corpo molto più che nel cervello, soprattutto se consideri che questa band è arrivata in un periodo in cui la gente non poteva muoversi liberamente. Dopo essere stati costretti così a lungo, la gente era eccitata di lasciarsi andare” .
Basta sentire il pianoforte di Clowns o le melodie che sottendono la parte vocale in Running o appunto il sax in Wither o ancora le parti musicali i I Am the King per capire che qui abbiamo musica techno da rave suonata da gente che però sa suonare strumenti veri, e sa cosa vuole fare.
E poi abbiamo i live: sold out a Scala, e sold out a Electric Brixton, posto da 1500 persone, e un tour di successo negli USA. “C’è un senso di comunità intorno a Fat Dog”, dice Johnny Hutchinson “la nostra musica dice -ascolta questo rumore- ma anche vieni e fai vibrazioni con noi”.
Nel caso dei Fat Dog, i live e la loro relativa fama sono venuti prima del disco completo, che ha richiesto inevitabilmente un momento di stasi e di riflessione, per il quale si sono avvalsi di sessioni con James Ford, produttore di Depeche Mode e Artic Monkeys, e altre con immy Robertson (The Last Dinner Party, Anna Calvi, Everything Everything, Late Of The Pier) ai leggendari studi Domino a Londra.
C’è un solo momento di respiro puro in tutto il disco ed è il piano di Clowns: subito dopo attacca King of the Slugs, con una scia elettrica irresistibile su cui subito Love comincia a urlare arrabbiato, e la canzone va avanti inarrestabile e compatta fino a una conclusione sorprendentemente pacata e onirica, su cui Love si muove a cantare ipnotizzato come fosse Thom Yorke. Ma è solo un attimo perché poi la canzone riprende a scatenarsi sulle urla di Love.

Con l’esordio da salto sulla sedia di Vigilante, l’ancora più ardita Closer to God, e Wither e Clowns, fino a King of the Slugs, abbiamo un album sorprendente, che colpisce subito come uno schiaffo, ma che va ascoltato più volte perché rivela sfumature davvero profonde (anche in alcuni testi come Vigilante e And So it Came to Pass) e passaggi musicali davvero elaborati.
Segue All the Same, altro singolo, dai ritmi alti ma più tradizionali, che ricorda i Nine Inch Nails, (un’altra band che può essere richiamata anche se siamo ben lontani per via dei ritmi davvero frenetici che la band di Reznor non ha mai raggiunto).
I am the King è l’unico altro momento più pacato, persino solare nell’intro e non nervoso, che si muove tra Vangelis e Underworld, mentre Running è il loro piccolo capolavoro, di melodia fine e contemporaneamente di violenza ritmica, che può essere senz’altro scelto come manifesto di quello che i Fat Dog sono, vogliono essere e sono capaci di fare.
A sorprendere una volta di più l’album chiude con una specie di poesia, una litania solo parlata, breve, ponderata, di pura recitazione senza musica, l’esatto contrario insomma di quel che si è sentito nei primi otto lobotomici pezzi.
Un album che è dinamite elettronica pura, una sveglia sonora punk nichilista e cupa di cui Londra e forse l’Europa intera aveva bisogno.

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