Prendiamo appuntamento con Massimo Schiavelli, in arte Ufo, bassista degli Zen Circus. Lui risponde alle domande in modo puntuale mentre sta andando a prendere la corriera. In una quarantina di minuti ci siamo confrontati sia su alcune caratteristiche de Il Male, l’ultimo ottimo lavoro del trio toscano, sia sui collegamenti tra i brani di questo disco e la produzione precedente, dato che nei loro 25 anni di carriera ci sono tematiche che ritornano, soprattutto quella dell’esistenzialismo che ha fortemente caratterizzato Il Male stesso.
Avete raggiunto un livello autoriale molto elevato; anche se molte tematiche ritornano, avete raffinato molti brani, li ho scoperti più cantautorali, meno ‘pop-rock’. Rispetto a questo, quanto ci avete lavorato?
Ti ringrazio per questa osservazione. La soddisfazione più grande è che il disco è stato molto capito. Non eravamo sicuri che sarebbe successo, che venisse compreso dalla critica e dal pubblico, perché di solito non succede, ma questa volta si è verificato addirittura quasi contemporaneamente. Andrea (Appino) ha compiuto un ulteriore lavoro di raffinamento dei testi, che sono stati modificati poco. Ha colto lo spirito di tante cose al meglio. È stato un lavoro spontaneo, che ci ha fatto una bellissima impressione. Finito il tour di Cari fottutissimi amici eravamo già lì, a pensare a cosa fare
Quindi avete cominciato subito a lavorare a Il Male?
Sì, in realtà non ci fermiamo mai. C’erano i progetti solisti di Andrea e di Karim, ma in realtà non ci perdiamo mai di vista. Ci siamo detti: “Andiamo in sala prove e vediamo un attimo” e pensavamo… Chissà se viene un brano ogni tanto”. Invece, ogni volta che andavamo in sala prove ne usciva uno o due. A volte Andrea arrivava con una bozza di testo, altre volte facevamo il brano e poi gli veniva il testo quasi in modo automatico. Da lì le canzoni sono state definite con poco lavoro di arrangiamento e con pochi suggerimenti, anche perché noi parliamo tantissimo, ci ragioniamo tanto. È venuto così bene, cosa che avviene raramente, siamo stati molto fortunati e molto orgogliosi del disco, perché succede di rado che un disco nato in sala prove riesca così bene. È un momento di grazia della band e siamo contenti.
I testi li firma Andrea, ma cosa succede durante le vostre discussioni?
Andrea i testi li butta giù di getto; ha la rara capacità di unire il personale al collettivo, al sociale, a una serata passata insieme in cui uno dice una cosa: sembra che lui non se la segni, e invece se la segna. Stiamo in furgone mezzi sbronzi e viene fuori una battuta acida e lui da quella ci tira fuori un’altra battuta acida, o dei paradossi, degli scherzi linguistici. Sono cose che magari vive o che si sogna. È veramente poliedrico. Siamo molto contenti di essere una band così, perché le cose vanno veramente bene. Poi è Andrea che fa la voce narrante ed è veramente abilissimo.

Il Male è un archetipo del rock, da Robert Johnson in poi, e di molte forme d’arte. Quanto è presente nella vostra vita personale, individuale e da band?
Parli con un estimatore di Robert Johnson. “Il male”, per le nostre origini e per le nostre vite, sicuramente non è mai mancato e poi in questo disco si è autoproclamato. Mentre creavamo i brani, ogni volta c’era questa parola in mezzo. Al quarto, quinto brano abbiamo capito che in questo momento storico della band, e forse del mondo, si era congiunto questo fatto e quindi il male doveva essere sviscerato e messo al centro. Nel disco si cerca di spiegarlo: il male va preso di petto, ci vanno fatti i conti e noi come band non ci siamo mai tirati indietro. Può anche esistere legittimamente una musica che ha una funzione consolatoria, e va benissimo; nel caso nostro non penso che sia mai stato così. C’è sempre stata una vena di disagio, di non trovarsi bene, di sentire il male da qualche parte. È tornato fuori prepotentemente tutto in un colpo, in un disco solo, ma è un argomento a cui non ci siamo mai sottratti.
È stato catartico per voi?
Anche, sicuramente. Speriamo che riesca a produrre una forma, se non di catarsi, quanto meno di interrogativi, qualcosa che possa servire. Adesso il disco è fatto, è uscito, va e aspettiamo di sapere come va dal vivo, come l’ascoltatore percepisce e che cosa restituisce. Negli ultimi firmacopie, dialogando con il pubblico, sono venute fuori delle riflessioni che non ci aspettavamo, cose che noi non avevamo colto del disco. È molto bello, perché è come aver fatto un figlio che poi deve imparare a scrivere, a camminare con l’aiuto anche di chi ascolta. La funzione catartica non so se ci sarà, ma maieutica sì.
Mi riferivo più alle vostre vicende personali.
La band stessa è servita a toglierci da molti guai e, cosa singolare, è che fra il nostro pubblico c’è un numero non piccolo di persone che ci contattano e ci dicono che una certa canzone è importante perché gli ha ricordato quando era ricoverato o quando aveva un brutto male, o era divorziato, era finito in TSO, o in galera. Un numero non piccolo di persone che qualcosa devono aver sentito, quindi c’è la consolazione enorme, e la responsabilità altresì enorme, di aver in qualche modo dato qualcosa di oggettivato, che serve a noi e a tutti.
Nel disco precedente avete pubblicato Ok boomer, anni prima I qualunquisti, Vent’anni, in questo lavoro Vecchie troie. Ma poi in questi anni altre band italiane hanno affrontato la questione dei giovani da due prospettive diverse, come È colpa mia de Il Teatro degli Orrori, che può essere più vicina a Ok boomer, e Sui giovani d’oggi ci scatarro su degli Afterhours, che può essere più vicina a Vecchie troie. Quindi, tutto il rapporto con i giovani come ve lo state vivendo, ma non solo come generazione, anche come autori e rispetto ai vostri colleghi?
Il brano ha anche una forte vena ironica, perché alla fine il succo è: “ti odio, perché mi sembri me alla tua età difficile”. Quindi c’è anche pena per i vent’anni che sono passati in un momento; è un gioco di specchi ed è anche un incoraggiamento. Era un divertissement, più che altro. È visto dalla prospettiva di uno che ha passato metà della vita e che ormai ha anche paura dei giovani, perché sa che prenderanno il suo posto e che sa di avere meno tempo da vivere degli altri. “In assenza di me che ne sarà?” Poi c’è anche un’esortazione verso i ragazzi. Abbiamo la fortuna di avere un pubblico che non è di nostalgici, ma che si sta rinnovando con ragazzi/e giovanissimi/e e per la nostra incoscienza e per la nostra età mentale, che comunque non cresce per la fortuna di poter girare, riusciamo a vederli senza paternalismo (che farebbe paura) e senza il ragionamento che fanno troppi miei coetanei: “Ai miei tempi era meglio”. No, perché quando avevo vent’anni, [negli anni ’90], c’era la guerra nel Golfo, c’era lo schifo simile ad adesso. Non so se quando ero giovane, negli anni ’90, fossero tutte rose e fiori, perché poi alla gente piace pensare a Pacman, a Guerre stellari, a Indiana Jones, ma dimentica che è stato un secolo problematico. Ho una grande partecipazione per chi ha vent’anni adesso, li vorrei veramente incoraggiare, perché è un momento brutto. Il Covid gli ha mangiato due anni e hanno preso delle belle fregature. Hanno problemi che non avremmo mai ipotizzato lontanamente, quindi è una posizione molto delicata quella dei ragazzi di oggi. Con la canzone ci scherziamo, ma idealmente vorremmo incoraggiarli. Hanno dei bei grattacapi. Nel ’92 non avrei pensato di essere ricattato su WhatsApp o di morire in un’alluvione, per dirne due sole. Idealizziamo gli anni ’80, ma poi tutti i singoli degli anni ’80 hanno una tristezza di fondo enorme.
Venendo alla musica: la scelta di non utilizzare le tastiere è perché volete tornare a sonorità più scarne?
Come ti ho detto, è nato tutto in sala prove, dove ci siamo detti: “Partiamo da come si facevano i dischi noi, prima”. Tuttavia, il geometra Pagni è in panchina, non in pensione. Potrebbe essere in primo luogo una reazione all’ultimo disco solista di Andrea, estremamente stratificato e pieno di elettronica; poi può essere una reazione al fatto che gli ultimi album li avevamo un po’ bombardati come produzione e abbiamo detto: “Lasciamo questi bombardamenti e facciamo basso, batteria e chitarra; se c’è una chitarra in più la mette il maestro Pellegrini, se ce ne sono due, sono due. Semplifichiamo al massimo”. Avendo visto che venivano bene in sala prove, al terzo, quarto brano abbiamo detto: “Fermi tutti, continuiamo così”. Quando abbiamo visto che i brani stavano in piedi da soli, li abbiamo registrati con due microfoni; riasscoltando il brano funzionava e abbiamo deciso di non aggiungere nulla. Abbiamo pensato che ci restava da suonarli e da registrarli bene. A quel punto il gioco era fatto. Abbiamo deciso questa volta di semplificare, poi un domani, chissà? Dal vivo poi ci sarà tutto; adesso, fotografando questo momento, la band sta così, è così. Siccome i brani stavano bene così, non abbiamo avuto l’esigenza di fare sovraincisioni.
In questo disco è più forte una tendenza esistenzialista, non vi è mai mancata, ma io l’ho percepita maggiormente.
Questo disco è un po’ più dark, alla Sartre. Sì, sicuramente ha dei temi più esistenzialisti. Confermo, sia per i tempi, sia per i modi, per tutto. Noi stessi abbiamo riscontrato che c’è un legame non debole con l’uomo in rivolta contro un’esistenza che sembra condannata alla truffa, alla sconfitta; quindi anche lottare contro quel male che abbiamo dentro di noi, intorno a noi, non accettare passivamente la vita, ma cercare di prenderla di petto.
La situazione che purtroppo stiamo vivendo da un certo punto di vista può farvi gioco e potrebbe favorire un aumento delle vendite del disco.
Sì, infatti, sta andando alla grande. È compreso, apprezzato; purtroppo il male è un articolo che va fortissimo. Lo abbiamo presentato in copertina come se fosse un prodotto attraente, come un profumo o qualcosa che sta nello scaffale, bello, rosa, proprio perché paradossalmente il male sta andando fortissimo. Ci abbiamo fatto anche la televendita sarcastica.
Quanto ‘vende’ il male?
Vende alla grandissima, perché era stato occultato così bene negli anni, dal periodo degli yuppy in poi, quando si cominciava a parlare di yoga, dell’individuo che deve stare bene prima con sé stesso e poi con gli altri, e il frullatore proteico, la corsetta… ma alla fine il male ha fatto un bel giro e si è mangiato il mondo. Questa è una cosa a cui bisogna pensare parecchio. A forza di mettere tutto bello e pulito sugli scaffali, di presentarci anche noi sui social in vacanza, a cena fuori… e guarda poi come il male si è mangiato il mondo. Trump e Netanyahu sono convinti di fare il bene. Hanno tutti ragione, sono tutti buoni, non c’è nessun cattivo. Quelli cattivi sono gente strana, se ne stanno lontani da noi. Siamo tutte brave persone, abbiamo il gatto, il cane. Come fai a essere cattivo se hai un cane? A stare disattenti ci siamo ritrovati che il male va alla grandissima, e seduce, piace. La gente si compiace di essere stronza, ma sempre con la foto del cane nel profilo e si compiace di essere un pezzo di merda. Certa gente come Trump, Meloni o Milei non è stata votata da degli assassini, ma anche da chi ha un cane o un gatto. Quando esco fuori dalla mia bolla, quando parlo con alcune persone a tu per tu, mi danno anche ragione e quasi, quasi li convinci che il socialismo sarebbe anche una bella cosa. Ho un caro amico che fa l’artigiano e ha le solite idee sugli immigrati, i detenuti, ecc. con cui quando ci parlo a pranzo mi dà ragione, ma questo esula dal disco.
No, Ufo, perché voi siete dei comunicatori, ovviamente con la vostra forma d’arte, quindi penso che anche un artista abbia una responsabilità sociale e collettiva, come tutti i cittadini.
Lo so che non esula, lo so che noi in quanto comunicatori dobbiamo fare delle domande, poi le risposte le trova il pubblico, perché io non ho mai creduto in una musica che ti spiega o che ti dà risposte.
Infatti penso che uno dei vostri brani migliori sia I qualunquisti, perché avete descritto in pochissimi minuti una situazione generazionale disastrosa.
Col senno di poi, quel brano è un po’ acerbo, lo potevamo limare meglio, però esprimeva una certa urgenza di comunicare una cosa. Tutto l’album esprimeva una certa urgenza. Siamo contenti che sia rimasto, perché la gente continua ad apprezzare molto quel brano.
Non è un caso, proprio alla luce di quello che abbiamo detto finora, perché in pochi minuti ti dà una visione d’insieme, con il linguaggio del rock e non della sociologia.
Sì, a volte le domande che abbiamo fatto sono state scomode, come in Zingara; sono domande brutte, abbiamo preso i commenti della gente e li abbiamo cuciti e abbiamo messo in piazza i panni sporchi. Cruciani l’ha messo nel suo programma, non so se per provocare come al solito o per far vedere che la pensa in modo differente. Ti vogliono insegnare anche come essere di sinistra, vogliono fare i bastian contrari. Cruciani vuol spiegarti Marx da destra. Questi arruffa popolo. La gente pensa che parlano bene, ma che cazzo, parlano bene! Vai a spiegarglielo, è difficile! È un brutto momento per l’intelletto.
Mi hai fatto venire in mente anche un brano come Il terrorista.
Anche Virale che si collega a Il terrorista. In Virale non è che diciamo che bisogna mettere le bombe alla sfilata, come De André che in Bombarolo non è che diceva che bisognasse mettere le bombe. Sono allegorie, è una cosa un po’ più sottile. Anche in Virale a noi piace mettere dei temi controversi, anche solo per rompere i coglioni. Ci sono riferimenti anche a Debord se uno vuole andare ad approfondirli.
È solo un momento è un brano molto intimista, molto toccante. Prima parlavi di persone che vi rivelano dei disagi psichici che hanno vissuto; è su quel filone?
Sì, è per tutti coloro che hanno avuto il momento. Anche lì la risposta del pubblico è stata incredibile, perché pensavo che fosse comprensibile solo a chi ha vissuto già un po’, invece anche ascoltatori poco più che ventenni, davanti a quella frase famosa, sono rimasti basiti. Evidentemente quel momento di vita si ripropone un po’ per tutti. Nonostante sia un brano disperato è un tentativo di dare un abbraccio a tutti quelli che ci si sono trovati e che ci si troveranno a 20, a 30 o a 50 anni.
L’abbraccio sta anche nell’arrangiamento musicale.
Sì, perché è abbastanza emotivo anche solo strumentalmente. Ci siamo divertiti a farci del male con quel brano. Non ti dico a mixarlo e ad ascoltarlo cento volte!
Che relazione c’è tra le vostre carriere soliste e quella degli ZC?
Andrea fa proprio dei lavori antinomici, secondo me lo fa anche apposta, al rovescio rispetto a come lavoriamo noi, oppure fa cose che dentro gli Zen non ci starebbero bene. Karim ha delle passioni che con gli Zen non avrebbero niente a che vedere e quindi è un’idea collaterale e ci sta. Io non faccio quelle cose, perché sono troppo pigro. È anni che voglio fare una band che sia inascoltabile, tipo i Fall, i PIL, ma rimando, sono pigro. Mi sono messo a fare cose mie, tipo restauri, ho degli hobby bizzarri, ogni tanto faccio dei dj set.
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