Quattro ragazzi del Kentucky, un suono uscito da un’altra dimensione e un’eredità che pesa come un macigno. Il 28 marzo del 1991 usciva il testamento dei ragazzi che avevano visto oltre l’hardcore.
Sono passati trentacinque anni e ancora oggi, quando metti il needle del tuo piatto su Spiderland, viene voglia di abbassare la luce e alzare il volume. Se quattro adolescenti del Kentucky, reduci dalle macerie del punk più ortodosso, abbiano davvero partorito qualcosa che non solo non assomigliava a niente di esistente, ma ha di fatto inventato il post-rock, il math rock, il noise rock e l’avant-rock tutto in un colpo solo.
E sì, perché prima degli Slint c’erano i Squirrel Bait che pubblicarono un EP omonimo e un album dal titolo “Skag Heaven” (nella foto sotto).

Loro sì che facevano un punk-hardcore viscerale, diretto, sporco. Ma è dalla loro dissoluzione, insieme a quella dei Maurice, che nel 1986 nasce qualcosa di completamente diverso. David Pajo (chitarra), Britt Walford (batteria) ed Ethan Buckler (basso) iniziano a suonare, poi si aggiunge Brian McMahan (chitarra, voce). Il primo album, Tweez (1989), registrato da un certo Steve Albini, è già un unicum: nervoso, spezzato, geniale. Ma è solo un’anticamera. Buckler, insoddisfatto, lascia. Al suo posto arriva Todd Brashear. E lì, nell’estate del 1990, la band si chiude in sala prove e scrive ciò che diventerà Spiderland.
La storia è ormai leggenda: quattro giorni di registrazione nell’agosto 1990 con Brian Paulson (non Albini, stavolta). McMahan e Walford hanno le melodie vocali in testa, ma i testi li scrivono all’ultimo minuto, in studio. Per pudore, per timore, per quel senso di esposizione totale che aleggia su ogni nota. McMahan non vuole che nessuno ascolti la sua voce prima del momento fatale: “È stato un colpo unico, un’esperienza catartica”, dirà poi.
E si sente. Si sente la tensione, la fragilità, quel senso di naufragio imminente che attraversa Breadcrumb Trail, Nosferatu Man, Good Morning, Captain. La voce di McMahan passa dal parlato sussurrato allo scream disperato senza preavviso. Le chitarre di Pajo disegnano geometrie impossibili, il basso di Brashear è un abisso che si apre e si richiude, la batteria di Walford sembra uscita da un incubo sincopato.

Non ci sono ritmi convenzionali. Non ci sono strofe-ritornelli. C’è solo un’architettura sonora che sembra sul punto di crollare da un momento all’altro – ma non crolla mai.
Quando Spiderland esce, il 27 marzo 1991, gli Slint si sono già sciolti. La depressione di McMahan, l’intensità insostenibile delle sessioni, le voci di ricoveri in cliniche psichiatriche (smentite, ma credibili). Il disco vende poche migliaia di copie. Negli Stati Uniti passa quasi inosservato. Ma in Inghilterra alla Touch&Go records iniziano ad ascoltarlo con le orecchie giuste.
E poi, lentamente, come un’onda che impiega anni a raggiungere la riva, Spiderland diventa ciò che è oggi: il disco di culto per eccellenza, il manifesto di un’intera generazione di musicisti. Dai Godspeed You! Black Emperor agli Explosions in the Sky, dai Mogwai (Stuart Braithwaite disse: “Quando l’ho sentito, non era come niente che avessi ascoltato prima”) ai giovanissimi che ancora oggi scoprono che si può fare rock senza seguire nessuna regola.
Spiderland non è solo un album. È un punto di non ritorno. Prima di lui, c’era il punk che diventava post-hardcore. Dopo di lui, c’è tutto il resto: il math rock, il noise, il post-rock come categoria, l’idea che il silenzio possa essere potente quanto un muro di amplificatori. Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh) disse che sembrava “un nuovo tipo di musica”. E aveva ragione.
A trent’anni di distanza, riascoltare Spiderland significa ancora perdersi in un labirinto. Significa capire che quattro ragazzi di Louisville (Kentucky), con la faccia sporca e il cuore pesante, hanno scritto una pagina che nessuno potrà mai riscrivere. E lo hanno fatto senza concessioni, senza paura di sembrare fragili, anzi, facendo della fragilità la loro arma più affilata.
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