fotogallery: Manuela Carzo
Premessa numero uno: questa non è una recensione classica, quelle cioè che prevedono un ascolto ripetuto e attento di un disco prima di descriverlo ed esprimere un giudizio. È piuttosto la cronaca di un evento esclusivo che prevedeva un unico ascolto di “Foreign Tongues”, il venticinquesimo album in studio dei Rolling Stones, un giorno prima dell’uscita ufficiale.
Premessa numero due: chi scrive ritiene che gli Stones, almeno sul versante discografico, avrebbero dovuto fermarsi a “Blue & Lonesome”, l’album di cover del 2016, l’ultimo con Charlie Watts ancora in formazione e, idealmente, la perfetta chiusura del cerchio per un gruppo partito con l’idea di diffondere il blues e il R&B a un pubblico di teenager bianchi.











Date le due premesse di cui sopra, va dato atto a Mick, Keith e Ronnie di voler continuare a suonare nonostante l’età, nonostante la scomparsa di Charlie, nonostante i Rolling Stones nel 2026 siano più un brand che una band. Però quando quei tre si ritrovano in studio per comporre e registrare con la loro nutrita schiera di ospiti e collaboratori scatta sempre la scintilla: quella di un’amicizia inscalfibile e dell’amore profondo per la musica. I soldi, che pure generano a palate, improvvisamente escono dal quadro e la musica torna al centro delle loro vite.
E veniamo ora alla storia di questo pre-ascolto esclusivo. Come sempre, l’ufficio marketing dei Rolling Stones ha pianificato nel minimo dettaglio una campagna pubblicitaria efficacissima. Per il lancio di “Foreign Tongues” qualche settimana addietro gli iscritti alla loro mailing list avevano ricevuto messaggio in cui si annunciavano quattro sedute di preascolto la sera del 9 luglio: ad Amburgo, Colonia e (due) a Monaco di Baviera. Per partecipare al concorso, bastava un click. Ai fortunati vincitori sarebbe stato comunicato dove recarsi. Così, quando l’inaspettato messaggio “Du hast gewonnen!” è planato nella mia casella di posta elettronica pensavo si trattasse di spam. Invece era tutto vero.
Accompagnato da mia moglie, ieri sera mi sono recato presso quello che una volta era il più grande negozio di dischi di Colonia, Saturn, oggi trasformato in una gigantesca sala giochi. Arrivati, ci fanno accomodare in una saletta predisposta per l’occasione con schermo gigante, impianto audio e gradinata con posti a sedere. Veniamo omaggiati di un plettro con la celebre lingua e un poster con la (orrenda) copertina del disco, ci viene servito un drink, poi cinque minuti prima dell’orario previsto – alle 20:55 – la sala si zittisce e parte la musica.
I primi tre brani in scaletta sono noti perché già usciti, con timing azzeccatissimo, come singoli apripista. I primi due, ovvero il bluesaccio di “Rough & Twisted” e il rock’n’roll venato di melodia di “In The Stars” (i cui riff ricordano – e non poco – il singolo “Doom & Gloom” del 2012) si riveleranno anche i migliori. Anche la terza canzone in scaletta “Jealous Lover”, in cui Jagger sfoggia il suo celebre falsetto, è già stata diffusa con tanto di video un paio di settimane fa. Ma è un pezzo che rimanda ai tardi ’70 / primi ’80 degli Stones, assolutamente prescindibile.
La prima sorpresa arriva subito dopo con “Mr. Charm” il cui groove, sospinto dai cori femminili, è trascinante. “Divine Intervention”, già uscita come b-side di “Jealous Lover” è un classico rock’n’roll stonesiano, ma non lascia particolarmente il segno. Poi arriva “Ringing Hollow” che Mick e Ronnie avevano suonato in anteprima a Londra il giorno prima ed è anche questo un classico brano dagli aromi country a cui Rolling Stones ci hanno abituati. Un bel pezzo con chitarre acustiche e slide, arrangiamento di piano elettrico e la voce di Jagger sugli scudi.
Seguono il rock grintoso di “Never Wanna Lose You” e “Hit Me In The Head” che, a conti fatti, si rivela essere uno dei migliori del lotto. Veloce e dalla furia quasi punk, un po’ come fu “Bite My Head Off” sul precedente “Hackney Diamonds” [leggi qui].
Sorprende la cover di “You Know I’m No Good” di Amy Winehouse, segno del grande rispetto che gli Stones avevano per la soul singer londinese. E anche la loro interpretazione è rispettosa della versione originale con un Jagger che a 82 anni stupisce per una voce praticamente intatta. Il pensiero corre subito a quello che avrebbe potuto essere (e invece non sarà): un duetto tra lui e Amy sul palco di un teatro o di un piccolo club.
La successiva “Some Of Us” è lo spazio che Keith Richards si ritaglia su ogni disco degli Stones, una ballata elettroacustica con la sua voce arrochita ed espressiva. Quindi “Foreign Tongues” scivola verso la conclusione perdendo un po’ di grip con due pezzi dal flavour anni ’80: una “Covered In You” che se fosse stata espunta dalla scaletta nessuno se ne sarebbe accorto e l’appena più ficcante “Side Effects”. Identico discorso per un pezzo nostalgico-romantico da FM come “Back In Your Life”. La chiusura arriva con la cover di “Beautiful Delilah” e qui gli Stones tornano alle loro origini, ricordandosi quando da ragazzini Mick e Keith sbavavano di fronte ai dischi di Chuck Berry.
L’ascolto è finito e il pubblico presente, appena un centinaio di fortunati, si mette silenziosamente in fila per accaparrarsi in anteprima le edizioni speciali del disco.
Mentre noi ci defiliamo per tuffarci in una notte tedesca insolitamente calda, la sensazione che rimane è che “Foreign Tongues” sia il dignitoso seguito di “Hackney Diamonds”, forse leggermente meno a fuoco. Resta comunque l’ennesimo atto di amore di un gruppo di rocker inscalfibili nei confronti della musica. Della loro musica. Fare paragoni con l’età d’oro degli Stones – il periodo magico 1968 – ’72 – e con dischi che hanno cambiato le nostre vite e la storia del rock non ha alcun senso. Hat off a questi tre anziani signori che, come i vecchi bluesmen adorati in gioventù, hanno deciso di continuare a suonare finché ne avranno la forza.
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