È la domanda che nessuno vuole farsi, ma che rimbomba nei pensieri, e retropensieri, di moti appassionati di musica. Dopo sessant’anni di gloria, eccessi, funerali, litigi e reunion, i dinosauri sacri del rock’n’roll sono tornati ancora a dire la loro. Ma è ancora musica o solo un afflato di tenerezza collettivo?
Vi sentite in colpa. Li guardate in quelle foto patinate – Mick Jagger che ancora sculetta nonostante le anche di titanio, Keith Richards con quella faccia da becchino che fuma le sigarette della resurrezione, Paul McCartney che compone canzoni sulla sua infanzia a Liverpool con la dolcezza di un nonno che sfila i biscotti dal barattolo, e accanto a lui il buon vecchio Ringo Starr che brandisce le bacchette come due stampelle cosmiche. E pensate: “Ma guardali, sono ancora qui. E io sono ancora qui ad ascoltarli. Che cazzo sto facendo?”
Poi arriva la notizia. E non una notizia qualunque: The Rolling Stones svelano Foreign Tongues. 14 tracce. Uscita il 10 luglio. Con Paul McCartney, Robert Smith, Steve Winwood. E il fantasma di Charlie Watts che aleggia su alcuni scampoli lasciati dalle sessioni di Hackney Diamonds. Nel frattempo, Sir Paul tira fuori The Boys of Dungeon Lane, e per il singolo “Home to Us” chiama a raccolta l’altro sopravvissuto, Ringo Starr. Primo vero duetto tra i due. Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri fanno da coro, tanto per rendere la cosa ancora più imbarazzante per chiunque abbia meno di 40 anni.
E noi, come allocchi, clicchiamo. Ascoltiamo. Magari piangiamo una lacrimuccia. E poi, a notte fonda, arriva il pensiero che fa male: ma tutto questo è ancora necessario? O è solo il rock che si è trasformato in un museo della cera con il bar?
Partiamo da un dato di fatto. Non è strano? Non dico anacronistico, ma proprio strano. Siamo nel 2026. L’industria musicale è un frullatore di TikTok, microtrend, intelligenza artificiale e nostalgia preconfezionata. Eppure, ancora loro. I due ragazzi inglesi nati durante la guerra, il chitarrista che sembra un cadavere ben conservato, il batterista che è diventato il narratore tenero di una Liverpool che non esiste più. Loro catalizzano l’attenzione. Tutti i media – dalla Times ai poster a Camden Town con lo pseudonimo “Cockroaches” (perché anche gli scarafaggi, si sa, sopravvivono all’apocalisse) – si muovono al loro ritmo.
Ma facciamo una domanda scomoda: quanto tutto questo puzza di “vecchio”?
Sessant’anni ed oltre. Provate a ripeterlo. Mick Jagger ha 83 anni. Keith Richards 82. Paul McCartney 84. Ringo Starr 86. Non sono artisti, sono reperti che si muovono. E la domanda che serpeggia tra i vecchi fan – quelli che li hanno visti suonare in cantina quando ancora il rock significava sputare in faccia al mondo – è: ma questi hanno ancora davvero qualcosa da dire? O stiamo assistendo al più gigantesco storytelling fine a se stesso della storia della musica?
Il rischio è concreto. Quello di ridurre una carriera rivoluzionaria – gli anni ‘60, la controcultura, il ‘68, le droghe psichedeliche, la rottura di ogni schema – a un afflato di tenerezza. Non ascoltiamo più “Gimme Shelter” con il terrore negli occhi. La ascoltiamo come si ascolterebbe una ninna nanna di un vecchio zio simpatico. E quando Paul canta “Home to Us” raccontando che Ringo veniva “sfottuto” tornando a casa perché lavorava, noi non pensiamo alla rivoluzione. Pensiamo al nonnino che ci porta al parco.
E i giovani? Ah, i giovani. Quelli che “intercettare” è diventato un verbo da report aziendale discografico. Loro guardano questa scena con un misto di sospetto e indifferenza. Perché Mick Jagger che sculetta in un tour europeo non rappresenta la loro realtà. La loro realtà è la precarietà, l’ansia climatica, i social che ti divorano l’anima, la musica liquida e senza padri. Identificarsi in un’icona di 80 anni? Impossibile. È come volersi specchiare in una statua di cera.
Eppure l’industria insiste. Perché i vecchi fan, quelli veri, quelli che hanno i soldi per comprare il box set da 200 euro e il vinile bianco limited edition distribuito con le coordinate GPS, non si sono ancora rotti i coglioni. O forse sì, ma non lo ammettono. Perché ammetterlo significherebbe ammettere che tutto quel mito – il rock come rivoluzione, come ribellione, come pugno nello stomaco – è diventato una copertina patinata. Un prodotto da over 60 che vuole ancora sentirsi vivo.
Ma adesso viene il bello. Perché se ci fermiamo un attimo e ascoltiamo davvero Foreign Tongues – il singolo “In the Stars” già in rotazione, la produzione di Andrew Watt (lo stesso di Hackney Diamonds e del nuovo McCartney) – forse scopriamo una cosa inquietante: non sono ancora morti. Musicalmente parlando, intendiamoci. Keith Richards lo dice chiaro: “Foreign Tongues ha una continuità con Hackney Diamonds. È stato fantastico tornare a lavorare a Londra, avere di nuovo quel vibe intorno. Per me è tutta una questione di goduria.”
Goduria. Non business, non necessità, non “ultimo saluto”. Goduria. Ecco la chiave. Forse il punto non è se siano ancora attuali o meno. Forse il punto è che a loro, fottutamente, interessa ancora farlo. E lo fanno bene. Con la stessa intensità di quando avevano vent’anni, ma senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa. E questa, per quanto ci faccia sentire in imbarazzo, è una lezione.
Paul McCartney che scrive una canzone sulle origini – “venivi dal nulla e ti costruivi” – e la canta con Ringo, non è nostalgia. È consapevolezza. È l’unico modo che hanno per dire: “Noi non siamo un museo. Noi siamo qui, vivi, e finché il cuore batte, facciamo questo.”
Allora cari lettori spetta a voi. L’opportunità – o l’anacronismo – non è solo una questione anagrafica. È una questione di sguardo. Se siete tra quelli che credono ancora in un’idea romantica e rivoluzionaria del rock, forse è il momento di fare i conti con il fatto che quella rivoluzione è finita. È diventata altro. Un disco di McCartney, un nuovo brano degli Stones, un giro di batteria di Ringo: non cambieranno il mondo. Ma cambieranno il vostro mondo per quei tre minuti. E forse, dannazione, è già abbastanza.
Per i giovani: lasciateli stare. Guardateli con sospetto, scuotete la testa, ascoltatevi i vostri Frank Ocean o la nuova wave generativa. Ma sappiate questo: non esisterà mai più qualcosa di così ostinatamente, stupidamente, meravigliosamente fuori tempo massimo. E c’è una forma di bellezza anche in questo.
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