In un’epoca pre-internet, in cui la “volgarità” faceva ancora scandalo nei salotti buoni, questi due idioti hanno avuto la meglio. Hanno trasformato il “sesso, droga e rock’n’roll” in “TV, patatine e metal”. E forse, nel loro piccolo, hanno dimostrato una verità scomoda: l’America (e il mondo) è esattamente come loro. Basta guardarla dalla giusta angolazione.
Si parte da questo incipit per ricordare che oggi sono 25 anni dal debutto cinematografico di un fenomeno dello spettacolo che era a cavallo tra musica, società (in)civile, surrealismo e americanismo spinto e tristemente reale.
Era il 20 dicembre 1996. Bill Clinton era appena stato riconfermato alla Casa Bianca, il grunge esalava gli ultimi respiri e la parola “alternativo” stava per diventare un gadget da supermercato. In questo vuoto cosmico, due creature cresciute a patatine e videoclip conficcarono il loro inconfondibile “uhuhuh” nel cuore del botteghino.
Beavis and Butt-Head Do America costò 12 milioni di dollari e ne incassò 63, diventando un fenomeno culturale impossibile da spiegare. Ancora oggi, a distanza di anni, resta la prova che l’idiozia, se ben raccontata, può diventare arte.
La genialità di Mike Judge è sempre stata quella di restare in bilico. Se Beavis & Butt-Head fossero stati troppo consapevoli, sarebbero risultati artefatti. Se fossero stati solo più idioti, sarebbero finiti nel dimenticatoio delle buffonate adolescenziali. Invece, i due teenager più scansafatiche della tv funzionavano come uno specchio deformante: due ragazzini lasciati a se stessi (“latchkey kids”) che trasformavano il nulla delle loro giornate in un inno involontario al fallimento.
Il film aggiunge un tassello fondamentale: il viaggio. Gli rubano il televisore e parte una caccia che li porterà a incrociare un sicario (Bruce Willis), sua moglie (Demi Moore), un’arma chimica letale e metà intelligence americana. Loro, naturalmente, vogliono solo due cose: “sconfiggersi” (trombare, nella loro mente bacata) e riavere il loro amato scatolone catodico.
Ciò che rende Do America ancora oggi memorabile non è la trama, ma il ritratto. Di fronte a un maxi-incidente, Butt-Head sentenzia: “Questo spacca!“. Morendo di sete nel deserto: “Il sole fa schifo“. Il mondo si divide in ciò che spacca e ciò che fa schifo. Fine della filosofia.
Ma sotto le risate sguaiate, Mike Judge infila una malinconia inaspettata. È il film in cui i ragazzi incontrano i loro padri assenteisti e falliti. In una scena, la vita di Butt-Head gli scorre davanti: è un loop di immagini che lo ritrae sul divano con Beavis, dall’infanzia all’adolescenza. Non hanno nulla, se non loro stessi. Un’amicizia tossica, tenera e disperata che regge l’intero castello.
A differenza del cinismo di Idiocracy, Do America offre una via di fuga. I due protagonisti non cambiano, non crescono, non imparano la lezione. Eppure, funzionano. Salvano l’America per puro caso e, alla fine, tornano a casa a piedi… con il loro televisore.
L’eredità di Beavis and Butt-Head è proprio questa: sono il prodotto di un’epoca che li ha generati e abbandonati. La loro volgarità non è una scelta, ma una lingua madre.
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