S’intitola “311“, come la band, il terzo album in studio della band del Nebraska. I 311 che nel giugno del 1995 lo pubblicarono per la Capricorn Records. Nell’album c’erano singoli di enorme successo in America: “Don’t Stay Home“, “All Mixed Up“, e “Down“,quest’ultimo certificato singolo di platino (quando questi premi erano reali!) con oltre tre milioni di copie vendite.
Sono passati trent’anni, ma Nick Hexum, Chad Sexton, Tim Mahoney, Doug “SA” Martinez e SA Martinez ricordano ancora quell’attimo in cui tutto cambiò. “Era il ’95, i 311 erano rintanati da qualche parte su Mulholland Drive, con vista sull’Hollywood Bowl, appena scesi da un tour infinito. Il motto era “tour ‘til gold” – arrangiati fino al disco d’oro – ma l’oro non era ancora arrivato. In compenso, erano arrivati i chili di gavetta: venti date di fila senza riposo, corpi messi a dura prova, feste fino all’alba. Poi, finalmente, il rientro a L.A. per scrivere nuove canzoni.”
Hexum aveva in mente un riff distorto, cattivo, modellato su un preset del suo rack chitarristico che chiamava affettuosamente “Alice” – perché ricreava quel suono “wah” di Man in the Box degli Alice In Chains. Ma c’era anche Helmet, tanto hip-hop West Coast (Souls of Mischief, Pharcyde) e un’idea bizzarra di ritornello dancehall che SA Martinez non ha mai capito fino in fondo.
Nacque il brano “Down”: “Ci rivolgemmo al nostro spacciatore di fiducia”, racconta Hexum senza peli sulla lingua. “Gli ho chiesto: ‘Preferisci il riff con l’effetto acceso o spento?’. E lui: ‘Lascialo acceso’.” Quella conferma informale, quasi surreale, sigillò il destino del brano.
Nonostante le insistenze dell’etichetta – che avrebbe voluto qualcosa di più melodico come “Don’t Stay Home” o “All Mixed Up” – la band premette: “Down, deve essere ‘Down‘”. Alla fine, come terzo singolo, glielo concessero. MTV lo fece diventare un “Buzz Clip”, in rotazione ogni ora. E il resto è storia: numero uno nella Alternative Airplay, disco di platino, l’album triplo platino in due anni. E una seconda vita per “All Mixed Up”, rilanciata con un video e andata persino meglio della prima volta.
Il video – girato a Downtown L.A. da Josh Taft, con un budget faraonico di 50mila dollari – non usava CGI. Per la scena della meditazione, un vero Buddha hawaiano dipinto d’argento veniva sollevato con cavi rimossi in post-produzione. I 311 indossavano giacche silver trapuntate (una delle quali Hexum ha ritrovato anni dopo in un container, in una busta di plastica dall’odore inquietante, ora esposta nel museo allestito per il 311 Day di Las Vegas).
L’approdo al David Letterman Show fu la ciliegina. “Mentre Dave ci presentava, diceva: ‘Questa è la numero uno del paese. In città non va fortissima, ma questi ragazzi vengono dal Nebraska‘”, ricorda Hexum. Rifiutarono di suonare con Paul Shaffer: “Noi rockiamo e basta.”
Oggi, a trent’anni di distanza, i 311 sono più di una band: sono un’istituzione. Tra musei, crociere caraibiche (la nona edizione è già in programma) e un pubblico che si è allargato dai teenager incollati a MTV ai veterani con i testi stampati in mente. Il segreto della longevità? Hexum lo spiega così: “Rispettare la democrazia. A volte non ottieni quello che vuoi, vieni messo in minoranza. Ma tieni viva un’attitudine grata. Siamo migliori insieme che separati.” SA Martinez aggiunge: “Le umili origini di Omaha. Da lì non avevamo modelli rock. Non diamo mai nulla per scontato.”
Nel ritornello di “Down”, c’è già tutto: un ringraziamento ai fan, ai compagni di viaggio, persino a quel pusher sulla Mulholland Drive che, con un semplice “lascialo acceso”, aiutò la storia a prendere la piega giusta.
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