“TRIGORIN Così, prendo appunti… Un soggetto mi è balenato… (Rimettendo in tasca il taccuino). Un soggetto per un breve racconto: sulla riva di un lago vive sin dall’infanzia una ragazza giovane come lei; ama il lago, come un gabbiano, ed è felice, ed è libera, come un gabbiano. Ma giunse un uomo per caso, la vide e, per passare il tempo, la rovinò, come questo gabbiano.” (da “Il Gabbiano” di Anton Čechov – Einaudi Editore).
- Premessa
In questi giorni ho assistito alla rappresentazione de “Il Gabbiano” di Čechov (operadel 1895), per la regia di Filippo Dini, brillante regista e attore, abile nel rileggere, con stile personale e spesso “dissacrante” (nel senso più nobile del termine), i grandi classici del Teatro; lo ricordo con enorme piacere nelle sue splendide “Casa di bambola” (“Et dukkehjem”) di Henrik Ibsen e “Il Crogiuolo” (“The Crucible”) di Arthur Miller.
Al di là della bella esperienza teatrale vissuta, la visione de “Il Gabbiano” mi ha spinto ad elaborare una riflessione che in realtà già “covava” in me da tempo.
Ma andiamo per ordine.
Scoprii da ragazzo Anton Pavlovič Čechov leggendo una raccolta dei suoi “racconti” che ancora oggi restano (insieme a “Dubliners” di James Joyce), per me, tra i più bei racconti “brevi” che abbia mai letto.
Poi, quando iniziai a frequentare più assiduamente le sale da teatro, inevitabilmente mi confrontai con la messa in scena delle sue opere teatrali “Il Gabbiano”, “Zio Vanja”, “Il Giardino dei Ciliegi”… “scritti” che restano ancora oggi al vertice della drammaturgia mondiale.
A quei tempi della letteratura russa conoscevo (ovviamente) “Il Maestro e Margherita” (anch’esso testo che ho potuto vedere a teatro; qualsiasi adolescente – “rock” – non può non provare tale “Sympathy For The Devil”), oltre a i suoi più datati celebri capolavori dell’Ottocento che dall’“Evgenij Onegin” di Aleksandr Sergeevič Puškin (messo poi in musica nel 1879 da Pëtr Il’ič Čajkovskij nell’omonima opera) passavano per gli “scritti” di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (“Le Anime Morte”, del 1842, resta tra i miei libri preferiti), per l’oblomovismo di Ivan Aleksandrovič Gončarov nel suo “Oblomov” (del 1859), per il nichilismo del Bazarov di Ivan Sergeevič Turgenev in “Padri e figli” (del 1862), fino a giungere agli immortali Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij.

È così, tra un dramma di Čechov, una “Anna Karenina” di Tolstoj, vagando tra “Le Anime Morte” di Gogol’… la Russia dell’Ottocento ha nel tempo occupato un posto d’onore sul palcoscenico e nella biblioteca della mia vita.
Il passo successivo fu soffermarmi a guardare con più attenzione le date di pubblicazione di quelle che erano considerate le maggiori opere dei citati scrittori russi dell’Ottocento; mentre l’“Evgenij Onegin” di Puškin, aprendo il secolo, veniva pubblicato completo nel 1833, lo “Zio Vanja” di Čechov lo chiudeva idealmente con la sua prima rappresentazione nel 1899.
Nel mezzo una prodzione letteraria immensa e di pregio assoluto che si fregiava (per citare alcuni dei titoli più celebri) de “Le Anime Morte” (del 1842) di Gogol’, dell’“Oblomov” (del 1859) di Gončarov, di “Padri e figli” (del 1862) di Turgenev, di “Delitto e Castigo” (del 1866), de “L’idiota” (del, 1869) e de “I demoni” (del 1871) di Dostoevskij, di “Guerra e Pace” (del 1869) e di “Anna Karenina” (del 1877) di Tolstoj, de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij (del 1879), (a partire dal 1883) dei Racconti di Čechov, oltre alle sue opere teatrali “Il Gabbiano” (del 1896), (il detto) “Zio Vanja” (del 1897) e, all’alba del Novecento, le “Tre Sorelle” (1901) e “Il Giardino dei Ciliegi” (del 1903).
Fatta questa premessa, entriamo nel vivo della mia riflessione.
- Riflessione
“Italia, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori” fu frase pronunciata da Benito Mussolini ed incisa, con scrittura epigrafica romana, su tre righe, sulle facciate del palazzo della Civiltà Italiana: “un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori”.
Erano gli anni Trenta e, a distanza di quasi un secolo, malgrado il Mondo sia cambiato, evoluto, globalizzato… l’Italia è restata autoreferenziale e ferma nel suo essere un (anacronistico) popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori…
Provo a spiegare!
Ho conseguito la licenza liceale classica nel 1995. All’epoca lo studio della “letteratura” che impegnava il programma scolastico era prevalentemente (o meglio esclusivamente) di “matrice” italiana; gli autori stranieri, se si esclude qualche necessario (ma comunque marginale) parallelismo/citazione con la letteratura francese (“Chanson de Roland”, Charles Baudelaire, Guy de Maupassant, Émile Zola, il Naturalismo francese…), spagnola (Miguel de Cervantes), tedesca (il Preromanticismo dello Sturm und Drang, Goethe) e inglese (la poesia sepolcrale per Ugo Foscolo), era pressoché ignorata.
Avendo “licenziato” la scuola superiore di secondo grado più di trent’anni fa, ho cercato di capire se in questi tre decenni, in termini di programmi (liceali), fosse stato introdotto nei licei, in modo “programmatico”, un più ampio studio della letteratura straniera (mondiale).
La mia ricerca purtroppo non ha registrato i risultati desiderati. Ho appreso che negli ultimi anni, ai licei (e quindi ai docenti), è stata data (maggiore) autonomia nella definizione dei programmi tramite specifici e propri PTOF da adottare ma, dalla lettura (a campione) di alcuni di essi (preciso che la mia è stata una presa visione marginale), sempre in modo generico, al più veniva dettata la “necessità” di confronto tra la tradizione “umanistica” italiana ed europea con tradizioni e culture differenti; dei nostri giorni è poi la così detta “riforma Valditara” (non voglio entrare nel merito della stessa per fugare ogni possibile riferimento e taglio “politico” a quanto stia scrivendo, ma è indubbio che la riforma in questione non si sia certo mossa verso un’apertura “altra” rispetto alla cultura e al pensiero italiano ed “occidentale”, vista anche l’attenzione data al latino e alla “Bibbia”; ma d’altra parte in Italia vige ancora l’Insegnamento della Religione Cattolica – IRC – , attività curricolare oggi – fortunatamente – facoltativa nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado che risale al Concordato tra Stato e Santa Sede – Legge n. 121/1985 “Ratifica ed esecuzione dell’accordo, con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede” – un’ora, quella di dell’IRC, che potrebbe essere impiegata per una didattica più “laica”). Ovviamente non fanno testo gli indirizzi linguistici poiché la letteratura “straniera” è propria del loro specifico corso di studi, così come lo è la letteratura greca (classica) per il liceo classico.
È, quindi, evidente che, se non demandato all’iniziativa dei docenti, uno studio più approfondito di una letteratura straniera su ampia e vasta scala non venga operato, continuando a prediligersi una lettura di autori italiani che spesso si rivela, a parere di chi scrive (tengo a precisare che è una mia considerazione puramente personale), ridondante e “ultronea”.
Per restare in tema con “Il Gabbiano” (e con il citato Ottocento) che ha fornito lo spunto per questa mia “riflessione”, mi sono sempre chiesto quale fosse l’utilità nello studiare, per il Neoclassicismo di fine Settecento, più e più opere di Ugo Foscolo o Giuseppe Parini e poi, per il Romanticismo, più e più opere di Alessandro Manzoni e di Giacomo Leopardi e finanche il “risorgimento” con “Le mie prigioni” di Silvio Pellico (ricordo ancora l’amputazione che subì il Maroncelli), Giovanni Verga e il Verismo, per poi di fatto ignorare la richiamata letteratura russa, il “Faust” di Goethe; ed ancora leggere e rileggere i “Promessi Sposi” senza conoscere il romanzo storico per eccellenza, l’“Ivanhoe” di Walter Scott o, spingendoci oltre oceano, la poetica di Walt Whitman e Henry David Thoreau (noti ai più solo grazie al celebre film “Dead Poets Society”), limitando (forse) il ricordo alla sola Emily Dickinson e con lei ad Edgar Allan Poe e l’Herman Melville di “Moby Dick”…
Se poi questa mia riflessione la si estende agli altri secoli (antecedenti e successivi all’Ottocento) l’evidente frattura diventa insanabile. Si studia in modo intensivo la “Comedìa” di Dante (per tutti la “Divina Commedia”, con approfondimenti e analisi del testo) per poi completare un ciclo di studi superiori senza aver letto quel capolavoro assoluto che è l’“Ulysses” di James Joyce o avere scienza del romazo “Genji monogatari” di Murasaki Shikibu. Si studiano (per il teatro) Ludovico Ariosto, Pietro Aretino, Carlo Goldoni, Vittorio Alfieri, Luigi Pirandello…. ma non si approfondisce William Shakespeare né (se si esclude lo studio della letteratura greca antica) il teatro greco classico. Degli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento e del primo Novecento stesso si studiano Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Italo Svevo… Guido Gozzano e i Crepuscolari, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino … tralasciando capisaldi della letteratura mondiale a firma James Joyce, Marcel Proust, Thomas Mann, Franz Kafka… (un elenco completo di opere impegnerebbe pagine e pagine, soprattutto se poi si prende in considerazione la letteratura della metà e seconda metà del Novecento).
“Una sua consorella mi trasse urlante in vita. Creazione dal nulla. Che cos’ha nella borsa? Un aborto con un cordone ombelicale strasciconi, soffocato in ovatta rossastra. I cordoni di tutti son legati l’uno all’altro nel passato, cavo intrecciato d’ogni carne. Ecco perché i monaci mistici. Volete essere simili a dèi? Contemplatevi l’omphalos. Pronto. Parla Kinch. Mi dia Edenville. Alef, alfa: zero, zero, uno. Sposa e compagna di Adamo Kadmon: Heva, I’ignuda Eva. Non aveva ombelico. Contempla. Ventre senza macchia, gonfio e grosso, un brocchiere di pergamena tesa, no, bianco acervo di grano, splendido e immortale, eretto da eternità ad eternità. Grembo del peccato. In grembo alla tenebra del peccato fui anch’io, creato non generato” (dall’“Ulisse” di James Joyce – Oscar Mondadori).
- Conclusioni
“Andai nei boschi perché desideravo vivere consapevolmente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa essa avesse da insegnare, senza scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, vivere mi è caro; né desideravo praticare la rassegnazione, a meno che non fosse assolutamente necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita; falciare ampio e raso terra, in modo da spingere la vita all’angolo e ridurla ai minimi termini; ”(Henry David Thoreau da “Walden ovvero Vita nei boschi” – Crescere Edizioni)
Sicuramente (lo so per conoscenza diretta) in molte scuole alcuni docenti integrano l’insegnamento più “ordinario” con la lettura di testi stranieri, ma non credo si possa demandare alla buona volontà degli insegnanti il cercare di ampliare, in questa direzione, il piano formativo; parimenti comprendo come non sia possibile approfondire “tutto” e “tutti”, né voglio disconoscere l’importanza e la “grandezza” di molti degli autori italiani che ho citato (e dei tanti che ho involontariamente dimenticato): sarebbe disonesto!
Ritengo però che nel 2026, dopo essere entrati nel secondo “quarto” del secondo millennio, auspicare una scuola meno incentrata su poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmigratori italiani, e maggiormente aperta all’altrui cultura, sia necessario per consentire ai ragazzi una conoscenza che non sia chiusa (per dirla alla Fogazzaro) in un “Piccolo mondo antico”.
“TREPLËV Sono necessarie nuove forme. Nuove forme sono necessarie, e, se non ce ne sono, è meglio che nulla sia necessario…” (da “Il Gabbiano” di Anton Čechov – Einaudi Editore)

































