Dalla stessa Minneapolis di Prince e dei Replacements, i The Jayhawks festeggiano quest’anno quarant’anni di attività. Lo fanno con un nuovo tour e un album intitolato Sanctuary Park. Undici canzoni inedite che ci proiettano dritti tra le strade polverose di quell’America profonda fatta di sogni, disillusioni, rabbia, passioni e un’eterna voglia di riscatto.
I Jayhawks hanno sempre fatto tesoro della propria genuinità intellettuale: zero compromessi e un amore incondizionato per melodie venate di alt-country, pop e rock. Una carriera nata negli anni Ottanta con un paio di produzioni indipendenti, prima di incontrare il grande successo con Hollywood Town Hall, l’album in cui le armonie malinconiche e affascinanti di Gary Louris e Mark Olson – le due anime e voci storiche del gruppo – hanno toccato l’apice creativo. A quella pietra miliare seguirono gli ottimi Tomorrow the Green Grass e Sound of Lies, lavori da sempre devoti alla lezione di Byrds, Beatles e Neil Young. Poi l’addio di Olson, il suo temporaneo ritorno per l’ottimo Mockingbird Time e la separazione definitiva.
In questo 2026 ci troviamo di nuovo di fronte alla band guidata dal solo Louris che, nonostante la pesante assenza del vecchio compagno di canto, dimostra una grande quadratura e mette in fila undici tracce pronte a farci sognare a occhi aperti.
Si parte con la mano sul cuore per la romanticissima Keeping Our Heads Above Water, legata a doppio filo alla vita sentimentale di Louris, seguita dalla gemma pop-rock Kingston Girl, che sottolinea la forza necessaria per superare gli anni della pandemia. È il classico stile pop targato Jayhawks, con linee vocali che si librano leggere nell’aria e ci proiettano a metà degli anni Novanta. Con Mr. Lincoln e Hands Upon the Wheel, Gary Louris tira fuori dal cilindro due canzoni che per bellezza e per quella capacità quasi insuperabile di cantare la malinconia potrebbero tranquillamente appartenere a Hollywood Town Hall. La prima, scritta a quattro mani con Emerson Hart dei Tonic, racconta l’assassinio del presidente da un punto di vista del tutto singolare; la seconda è un altro splendido tributo al rapporto con la moglie (la musa Stephanie), descritta come un isolamento totale dal resto del mondo, una sorta di John e Yoko 2.0.
Divertente ma dalle coordinate country un po’ prevedibili, Leap of Faith non aggiunge granché al risultato finale del disco. Discorso diverso per American Midnight, dove i Jayhawks si spostano sul terreno politico con un rock ficcante che analizza il popolo statunitense visto dagli occhi di un canadese d’adozione, status oggi dello stesso Louris. Troviamo un’ulteriore dichiarazione d’amore in Always and a Day: nonostante il tiro rock ed energico, il brano rischia di suonare un po’ banale. Le cose cambiano drasticamente con la successiva Sanctuary Park, la title track in cui le melodie crepuscolari tornano ai massimi livelli e la moglie di Louris torna protagonista in un racconto sulla sua adolescenza.
Ci si avvia alla fine con il piacevole pop da FM di Familiar Strangers, che strizza l’occhio alle atmosfere del passato, e con le venature country di It’ll Be Alright Tonight, che ha tutta l’aria di essere un riempitivo. Il vero colpo di coda arriva però in chiusura con Rowing the Boat, una favolosa ninna nanna retta da una chitarra arpeggiata. È la perfetta chiusura del cerchio, nonché la traccia preferita di un produttore del calibro di Bob Ezrin (già dietro al banco per Pink Floyd e Lou Reed, giusto per citarne due). Per Ezrin si tratta di un gradito ritorno in cabina di regia con la band, dopo aver firmato a inizio millennio lo splendido Smile.
Registrato in Canada e pubblicato a quarant’anni esatti dagli esordi, Sanctuary Park ci riconsegna dei Jayhawks in grande forma. Certo, non è Hollywood Town Hall, non è Tomorrow the Green Grass o Sound of Lies, e la mancanza di Mark Olson si fa ancora sentire. Eppure i Jayhawks sono sempre rimasti fedeli a se stessi, attraversando in modo trasversale le epoche del post-punk, del grunge e dell’indie elettronico dei duemila senza mai scendere a compromessi. È forse per questo che in ogni loro disco, riuscito o meno, ci sono sempre almeno 4 o 5 canzoni incredibili. Una dote rarissima nella musica di oggi. Avanti così.
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