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“White Roses, My God” di Alan Sparhawk: la quiete dopo la tempesta

di Marco Sica
1 Ottobre 2024
in Focus On, Recensioni
Tempo di lettura: 6 minuti
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“A horse, a horse, my kingdom for a horse!” è nella voce del Re Riccardo III di William Shakespeare, disperata “invocazione” di un monarca solo e perso nel mezzo della battaglia; ed è questa la sensazione che si avverte ascoltando il disco solista di Alan Sparhawk “White Roses, My God” (Sub Pop), pubblicato dopo la morte per cancro nel 2022 di Mimi Parker, moglie e compagna in musica negli storici Low (proprio recentemente, nel recensire “Luck and Strange” di David Gilmour, parlando della bella “Between Two Points” – cover dei The Montgolfier Brothers presente nel disco – affidata alla voce della figlia di Gilmour Romany Gilmour, avevo scritto che l’avrei immaginata cantata da Hope Sandoval o dalla compianta Mimi Parker). 

Per assonanza non musicale ma letteraria, subito la mente è volata alla splendida poetica e struggente “Homecoming Queen” degli Sparklehorse di Mark Linkous da quel gioiello che è Vivadixiesubmarinetransmissionplot (del 1996) che ha, appunto, come inizio “A horse, a horse, my kingdom for a horse!”.

Riascoltando i dischi dei Low, “Tempest” (da “Double Negative” del 2018), con le sue rallentate deflagrazioni noise, la voce modificata, gli sprofondi pacati e le escursioni di elettronica, è apparsa profetica (“Look away/Away, look away/Even if you won’t/Forget/Even if you won’t”) e “White Roses, My God” come la sopraggiunta quiete dopo la tempesta, fissando il tempo di quando è il momento di raccogliere ciò che resta e provare a mettere ordine tra le macerie con istintivo cuore irrorato di alienato e consumato raziocinio.  

Prima di addentrarci nel mondo di “White Roses, My God” è però opportuno fare un passo indietro.

Per la mia generazione Alan Sparhawk e Mimi Parker hanno segnato un’epoca consegnando alle stampe, nel 1994, quel capolavoro che fu (e che tutt’ora è) “I Could Live in Hope”, tra le più alte vette di genere (slowcore) al pari di “Frigid Stars” (del 1990) dei Codeine e di “Down Colorful Hill” (del 1992) dei Red House Painters.

Nella loro quasi trentennale produzione (sino alla morte di Mimi Parker) i Low hanno mutato pelle, passando dal citato slowcore (da menzionare anche “Long Division” del 1995 e, dei primi anni del secondo millennio, “Things We Lost in the Fire” del 2001 e “Trust” del 2002) ad una formula che vedeva emergere con prepotenza anche un’elettronica con richiami noise e alla glitch, impronta che si è espressa con particolare compiutezza in “Double Negative” del 2018 (in cui, se dei “vecchi” Low restava traccia in “Dancing and Fire”, brani come “Dancing and Blood” e “Fly” erano ponte tra il passato e il presente, mentre un piglio sperimentale s’imponeva in brani quali, appunto, “Tempest”).

Lo stesso Sparhawk, poi, con i suoi progetti paralleli e con il suo disco solista “Solo Guitar” del 2006, aveva mostrato un’eclettica e irrequieta anima, toccando il rock blues/noise in stile Jon Spencer (con i The Black-eyed Snakes), la sperimentazione con il citato “Solo Guitar”, o un’alternative rock/indie rock (con i Retribution Gospel Choir).

  • “White Roses, My God”

La soprascritta premessa si è resa necessaria per comprendere meglio “White Roses, My God” che eredita tanto la mutevole scrittura di Sparhawk (con uno sguardo rivolto fisso verso l’elettronica) quanto il dramma del lutto subito.

Come già detto (è bene ribadirlo), “Tempest”, con le sue rallentate deflagrazioni noise, la voce modificata, gli sprofondi pacati e le escursioni di elettronica, appare profetica intuizione (“Look away/Away, look away/Even if you won’t/Forget/Even if you won’t”) e “White Roses, My God” come la sopraggiunta quiete dopo la tempesta, quando è il momento di raccogliere ciò che resta e provare a mettere ordine tra le macerie con istintivo cuore irrorato di alienato e consumato raziocinio per un uomo solo in mezzo al campo di battaglia che scambierebbe il suo regno per un cavallo.

Apre il disco il robotico incedere di “Get Still”(da vedere il significativo video) su cui si staglia un’altrettanto robotica voce “(Ahh) Unmistaken oh and/(Ahh)What’s that end/(Ahh)/I can’t plan …”, esasperata alienazione dei “robots in paradiso” di James Blake; la voce modificata sarà uno dei segni distintivi di “White Roses, My God”.

L’alienazione diviene ossessione autistica nella breve “I Made This Beat”, esemplificazione di una primordiale techno di una “teutonica” Detroit.

Una forma canzone sembra apparire nella cantilenante “Not the 1”, prima che una più apocalittica elettronica s’impadronisca di “Can U Hear” (anche essa accompagnata da un riuscito video), (co)stringendo l’ascolto in una contrita paranoia.

Richiami al kraut (che affiorano un po’ ovunque in tutto il disco seguendo le autostrade percorse dai Kraftwerk) tornano nelle toccante “Heaven”, epitaffio tanto breve quanto efficace: “Heaven/It’s a lonely place if you’re alone/I wanna be there with the people that I love/Maybe someone that you’re waiting/Oh, who who’s gonna be there/Yeah you/Are you gonna be there”.      

La voce “bambina” diviene “adulta” in “Brother”, in cui continua ad imperare una sorta di alienazione graffiata da distorsioni di corde, chiudendo così un primo lato che colpisce e che trova in sé e nella sua essenza il suo valore.

Girato il vinile, con “Black Water” la foresta delle intenzioni di Sparhawk si fa intricata ai limiti del contorto… dando l’idea di una corsa all’interno di un labirinto di specchi alla ricerca di un’inesistente via d’uscita.

Un ripetitivo riff è sfondo per “Feel Something” che risuona come “disturbato” pensiero in una mente in isolamento: “Can you feel something here?/“I want to feel something here/Can you help me feel something here?…”; come per Tommy degli The Who, si cerca uno specchio da infrangere.

Con “Station” si raggiunge uno dei momenti più tesi e riusciti dell’intero disco, in cui convergono gli elementi fino ad ora ascoltati, per un brano che un viaggio frenocomiale dell’animo nella psiche e della psiche nell’animo.  

“Somebody Else’s Room” (per quanto possibile) semplifica l’ascolto riconducendo l’orecchio su territori divenuti familiari…

Con “Project 4 Ever” affiora nuovamente una sorta di forma canzone in cui il testo si fa intenso (“I’m animal ball and I’m waiting forever…And the spirit, a devil, and washed and hated…I have wanted to wake you with everything I could be then”) e congeda un lavoro che non può lasciare indifferenti e che trascende ogni “critica” e che ho personalmente “sentito”, apprezzato e di cui la musica ha spesso urgenza di vivere.  

https://www.chairkickers.com/
https://www.instagram.com/lowtheband/ 

Prec.

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