“ORIN (aspro) Odio la luce del giorno. È come un occhio accusatore! No, abbiamo rinunciato al giorno, in cui vive la gente normale… o meglio, è il giorno che ha rinunciato a noi. Notte perpetua… tenebre della morte anche in vita… questo è l’ambiente che si addice alla colpa!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
- Premessa
Recentemente su queste pagine si è parlato del film “Frankenstein” di Guillermo del Toro; in quell’occasione ci si è anche interrogati sull’opportunità di operare una rilettura dei “classici” della letteratura in una chiave, di volta in volta, “contemporanea”. Si era, infatti, concluso l’articolo scrivendo: ‘Resta però l’interrogativo su quanto sia necessario forzare la mano e cercare di rendere contemporanei “testi” che hanno avuto genesi, ragione e significato precipuo in una data epoca storica, andando anche a riscrivere il “pensiero” del loro autore, essendo forse più meritorio, non solo artisticamente ma anche “concettualmente”, rappresentare l’attualità con una “fonte narrativa” che sia essa stessa per prima attuale.’.
Tale premessa può essere spunto per un’ulteriore osservazione non lontana dall’interrogativo posto, e che perfettamente sposa uno dei grandi classici del teatro del Novecento: “Mourning Becomes Electra” (“Il lutto si addice ad Elettra”) del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill.
A stimolare questo mio pensiero è stata la bella rappresentazione dell’opera di O’Neill andata in scena, per il Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, al Teatro Mercadante di Napoli (di cui si consiglia la visione); uno spettacolo che la giusta regia di Davide Livermore e l’intensa ed esatta interpretazione di Elisabetta Pozzi (Christine Mannon) e Linda Gennari (Lavinia Mannon), affiancate dagli ottimi Paolo Pierobon (Ezra Mannon), Marco Foschi (Orin Mannon) e Aldo Ottobrino (Adam Brant) e dai bravi Davide Niccolini (Peter Niles) e Carolina Rapillo (Hazel Niles), hanno reso puro dramma teatrale, liberandolo da ogni “commercializzazione” propria di una “finzione” televisiva mainstream, restituendo al testo la sua funzione e consona collocazione “spaziale”: il palcoscenico.
Per restare in tema con lo spirito “musicale” di Freak Out Magazine, particolare menzione va alle musiche a cura di Daniele D’Angelo che, solo apparentemente “nascoste” in “sottofondo”, hanno accompagnato con una puntuale efficace “narrativa” i dialoghi e i moti dell’anima.

- “Mourning Becomes Electra”
“LAVINIA (senza aprire gli occhi, in tono strano, come parlando a se stessa) I morti! Perché non possono morire, i morti?” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
Nel 1931 Eugene O’Neill porta in scena per la prima volta “Mourning Becomes Electra”, dramma composto da tre parti (“Homecoming”, “The Hunted” e “The Haunted”) a loro volta composte da tredici atti.
Partendo dal teatro classico, quello greco, e dall’“Orestea” di Eschilo (anche essa una trilogia di tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi), O’Neill ne riscrive e ripromuove la drammaticità attualizzandola e rendendola coeva al proprio tempo, sia sotto il profilo “sociale” che “psicologico”, cucendole addosso i panni “borghesi” con “etichetta” made in U.S.A. di una cultura e di una società a cavallo tra l’ottocento (il tutto si svolge al tempo dell’assassinio di Abraham Lincoln e della fine della guerra di secessione) e il novecento (il 1931 ne vide la prima messa in scena); ed è a questo “nuovo mondo” che O’Neill si rivolge, fotografandolo con sapiente immediatezza e introspezione.
Se il fulcro intorno a cui ruota la “tragedia” resta ancorato ai conflittuali rapporti familiari, ciò che Eschilo aveva invece affidato al “divino”, O’Neill lo affida alla nascente psicoanalisi di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung (non è un caso che di Freud sia il complesso di Edipo che rivive nell’Orin/Oreste di O’Neill, mentre di Jung sia proprio il complesso di Elettra affine a Lavinia/Elettra).
E così, mentre Agamennone diventa, in una non celata assonanza fonetica anglosassone, Ezra Mannon, il logos e il mito, nella loro contrapposizione, e il Fato e le Furie vengono confinati nella psiche umana e nel suo tormento, ponendo così l’essere umano al centro degli eventi quale primo artefice degli stessi; se per Eschilo c’è una volontà divina salvifica, per O’Neill l’uomo non assolve se stesso all’esito del suo “processo interiore”, assumendo nell’aula della propria coscienza il ruolo di imputato, accusatore e di giudice e come pena il suicidio (di Orin). Le Erinni non mutano in Eumenidi e la vendetta in giustizia. Lavina in O’Neill sembra mediare tra l’Elettra di Sofocle e quella di Eschilo, e il suo silenzio si fa voce per poi diventare lutto e isolamento.
“LAVINIA (la segue con lo sguardo e dice forte, in tono di sfida) Non chiedo perdono né a Dio né a nessun altro! Mi perdono da me! (si appoggia all’indietro e chiude di nuovo gli occhi; amaramente) Spero vi sia un inferno per i buoni, in qualche posto!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
- Conclusioni
Per tornare alla premessa della nostra trattazione e all’opportunità o meno di rilettura e rivisitazione dei “classici”, a differenza di altri casi, quella operata da O’Neill si è mostrata riuscita e vincente.
“Mourning Becomes Electra”, infatti, sebbene parta dall’Orestea, dalla stessa si allontana, restando Eschilo matrice sì rivelata ma al contempo inchiostro diluito con discrezione tra le pieghe delle pagine.
L’attualizzazione, poi, non appare forzata poiché ben impiantata nel suo (nuovo) tempo.
La scrittura fluida e diretta, coi i suoi dialoghi tesi, che rende fruibile la rappresentazione malgrado il peso delle sue “introspezioni”, la suddivisione in tredici atti e la “trama” viaggiano in equilibrio sul confine che divide il grande dramma teatrale dal popolare feuilleton; ed è proprio nella capacità di bilanciare i due opposti “generi” che O’Neill si è mostrato Maestro.
Va infine detto che la capacità e bravura interpretativa degli attori che sul palco vanno (e andranno) in scena è determinante per dare l’esatto valore del dramma e marcare con spessa linea i suoi contorni (come è successo per la rappresentazione di Davide Livermore a cui si è assistito).
“ORIN E trovo che la luce artificiale è più adatta al mio lavoro… la luce dell’uomo, non quella di Dio… il debole tentativo dell’uomo per comprendere se stesso, di esitere per se stesso, nelle tenebre! È un simbolo della sua vita; una lampada che brucia in una stanza di ombre in attesa!” (da “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’Neill – Giulio Einaudi Editore).
https://www.teatrodinapoli.it/evento/il-lutto-si-addice-ad-elettra/

































