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Jack White risorge dal “Lazaretto” e rinasce con “No Name”

di Marco Sica
27 Agosto 2024
in Focus On, Speciali
Tempo di lettura: 13 minuti
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Jack White risorge dal suo discutibile “Lazaretto” e dal purgatorio che ne è seguito, ritornando alle origini con il fortunato e convincente “No Name” (Third Man Records).

Tengo da subito con il precisare che in “No Name” non si ascolta nulla di rivoluzionario o di innovativo ma solo un buon caro e sincero “vecchio” hard rock di qualità, guidato dalla “penna” di un ritrovato White che suona con più cuore e stomaco che mente come invece fatto nei precedenti non sempre riusciti lavori solisti.

Per comprendere fino in fondo il “valore catartico” di “No Name”, al netto del suo più che gradito ascolto, è quindi necessario ripercorrere i passi salienti della carriera di White.

– Premessa

Gli anni novanta, votati alla riscoperta dell’antico furore rock, hard rock e rock blues, riletti in chiave coeva alla fine del secondo millennio, furono smossi agli antipodi sia da una certa declinazione dello stoner dei Kyuss (“Blues For The Red Sun” del 1992 è disco basilare e prodromico), genere che trovò altri suoi portavoce nei Monster Magnet, nei Melvins, nei Fu Manchu … ma che trovò soprattutto il suo volto “mainstream” nei Queens of the Stone Age, sia, con nuance black e jazz, da quel genio, tanto concreto quanto visionario, di Mark Sandman (e dai suoi Morphine; “Good” del 1992 resta un capolavoro della musica, e il basso di Sandman il più rappresentativo dell’epoca insieme a quello di Les Claypool).

In quegli anni fu però la chitarra e la voce di Jon Spencer che, congedati i seminali e folli Pussy Galore (storici i loro “Right Now!” del 1987 e “Dial ‘M’ for Motherfucker” del 1989), con i The Jon Spencer Blues Explosion centrifugò, con umori noise e indie, in una miscela di TNT, una musica esplosiva che attingeva ai padri del blues, del rock blues, del rock & roll, della musica folk statunitense, caricandola della rabbia del punk e dell’hardcore (“The Jon Spencer Blues Explosion” del 1992, “Extra Width” del 1993 e “Orange” del 1994 saranno destinati a diventare dischi iconici e inprenscindibili); ciò che non riuscì a Jon Spencer fu sdoganare il suo credo e portarlo alle grandi masse, nemmeno con il più evoluto e meno “brutale” “Now I Got Worry” del 1996.

Quanto non riuscito a Spencer toccò a un altro musicista (chitarrista/cantante/polistrumentista) di nome Jack White, anch’egli statunitense, che nel decennio successivo, in modo più “saggio”, rielaborerà l’idea di attualizzazione del rock blues dei The Jon Spencer Blues Explosion, nel tempo via via ripulendola in parte della “violenza” e dandole un’immagine (anche visiva) più accattivante; tengo a precisare che White non eguaglierà mai i livelli di scrittura di Spencer (né tantomeno quelli di Sandman), ma sicuramente la sua formula si mostrerà, in taluni casi, più funzionale per un mercato anche “radiofonico” tanto “indie” quanto “mainstream”, operazione questa per lo stoner compiuta dai Queens of the Stone Age.

– The White Stripes

Jack White, con la moglie Meg, fonda i The White Stripes, duo composto solo dai due coniugi e tinto degli essenziali colori rosso e bianco, bicromia che diventa il loro marchio di fabbrica insieme all’idea di “coppia”.

Ed è a nome The White Stripes che, dopo alcuni singoli preparatori (tra cui “Let’s Shake Hands”) e il ruvido, viscerale e “sporco” omonimo del 1999 (di ispirazione Led Zeppelin, che annovera la bella “Wasting My Time”, “Cannon” dal gusto Cream, “Do”, “Astro” … e che presenta omaggio a Robert Johnson “Stop Breaking Down”, a Bob Dylan “One More Cup of Coffee” oltre alla tradizionale “St. James Infirmary Blues”, un brano per scrittura a me particolarmete caro), e il preparatorio “De Stijl” del 2000 (in cui il suono e la scrittura iniziano ad addocirsi e a civilizzarsi come, tra le altre, mostrano le quasi beatlesiane “Apple Blossom” e “You’re Pretty Good Looking (For a Girl)” e con loro la riuscita ballata “Truth Doesn’t Make a Nois”, la più cruda “Hello Operator”, l’acustica “I’m Bound to Pack It Up”, l’maggio a Son House con “Death Letter”; nelle note di copertina, come suggersicono anche il titolo “De Stijl” e le grafiche, è annotata la dedica al artista Gerrit Rietveld e al bluesman Blind Willie McTell che si concretizza in musica in “Your Southern Can Is Mine”), arriva la meritata norietà con l’equilibrato “White Blood Cells” del 2001 (come testimoniano i giusti cambi di registro in “Dead Leaves And The Dirty Ground” e in “I Think I Smell a Rat”, la “pop” “I’m Finding It Harder to Be a Gentleman”, le reminiscenze punk di “Fell in Love with a Girl”, i cinquanta secondi di sola voce e batteria di “Little Room”, l’affascinante “The Union Forever” sospesa tra spoken, rabbia e psichedelia, la delicata “We’re Going to Be Friends”, l’abrasiva “Aluminum”…).

Sarà, però, il meno coeso e meno diacronico “Elephant” del 2003 a sancirne il successo grazie a brani quali “Seven Nation Army”, la particolare e segnante “I Just Don’t Know What to Do with Myself” (di Burt Bacharach e Hal David, accompagnata dal video in bianco e nero girato da Sofia Coppola e con la partecipazione di Kate Moss) e “The Hardest Button to Button” …; in “Elephant” spicca poi la bella chitarristica e inusualmente lunga “Ball And Biscuit”. Il sovraffollamento di brani, quattordici e tutti mediamente brevi, iniziano a far emergere una certa ripetitività e un’altalenanza di momenti d’ascolto che privano “Elephant” dell’organicità del suo predecessore.

Invece di proseguire sulle facili orme di “Elephant”, i The White Stripes pubblicano nel 2005 “Get Behind Me Satan” (con il senno di poi per lo scrivente il loro miglior disco con un’incollatura di distacco da “White Blood Cells”), ottenendo equilibrio anche nella diversificazione della scrittura che resta efficace nelle ottime “Blue Orchid” (perfetta apertura, immediata nell’essenzialità), “The Denial Twist” e “My Doorbell” (trascinanti ed esatti singoli), “Take, Take, Take” (da radio, in auto, su un’autostrada assolata), nel bel blues/rock blues di “Red Rain” e di “Instinct Blues”, nella “pop” “Forever for Her (Is Over for Me)”, nella notturna “White Moon”, nel folk di “I’m Lonely (But I Ain’t That Lonely Yet) … e proponendo, rispetto al passato, un sound più raffinato che concede finanche acquerelli di estremo gusto come “As Ugly as I Seem” (che sarebbe piaciuto ascoltare cantata da Robert Plant).

– Raconteurs

Il gusto “retrò/pop” di Jack White s’incarna nel progetto Raconteurs, gruppo composto oltre che da White da Brendan Benson e dagli ex The Greenhornes Jack Lawrence e Patrick Keeler.

I Ranconteurs, con un nostalgico sguardo verso le sonorità di fine anni sessanta appesantite di hard rock e di richiami al blues, daranno alle stampe gli accattivanti “Broken Boy Soldiers” del 2006 (da menzionare “Steady, As She Goes”, “Broken Boy Soldier”, “Blue Veins” …) e il più personale e compiuto “Consolers Of The Lonely” del 2008 (da menzionare “Consoler of the Lonely”, “Salute Your Solution”, “Top Yourself”, “Many Shades of Black”, “Attention”, “Carolina Drama”…), dischi che hanno il pregio di girare (senza nulla aggiungere alla storia della musica) con un piacevole incedere e di saggiare un White impegnato in una band a pieno titolo; nel 2019 ci sarà spazio anche per il terzo capitolo “Help Us Stranger” che servirà solo ad arricchire numericamente la loro discografia.

– The White Stripes: ultimi anni

Tra i primi due citati dischi dei Ranconteurs, White darà alle stampe nel 2007 con i The White Stripes “Icky Thump” che, figlio dell’esperienza con i Ranconteurs, recupera le sonorità più dure degli esordi contaminandole (non sempre con successo) con inserti di sintetizzatori, tromba e persino cornamusa: il brano eponimo in apertura di disco ben ne rappresenta lo spirito, così come la “bizzarra” versione di “Conquest” e la perplimente “St. Andrew (This Battle Is in the Air)”; ci sarà anche spazio per una ballata dal gusto metal (“A Martyr for My Love for You”), per un disco che sparigliando nuovamente le carte non riesce né a formare un “colore” né una scala pienamente vincente oltre a far apparire gli spettri di ciò che sarà parte della carriera solista di White.

Dei live, da segnalare l’energico “Under Great White Northern Lights” (uscito anche come documentario) contenente registrazioni del 2007 tratte dal tour in Canada, con la cornamusa di Hector MacIsaac che (un po’ fuori luogo) esordisce già in apertura del disco, il primo singolo “Let’s Shake Hands”, una versione live del brano di Dolly Parton “Jolene”, una “Ball and Biscuit” arricchita da “I Believe I’ll Dust My Broom” e Phonograph Blues” di Robert Johnson e una lunga “Seven Nation Army” da dare in pasto al pubblico con un discutibile finale di “elettronica” e cornamusa.

– The Dead Weather

Il fascino di far parte di un gruppo (o meglio di un supergruppo) continua ad ammaliare Jack White, tanto da prendere parte ai The Dead Weather, compagine composta anche da Alison Mosshart (The Kills), Dean Fertita (Queens of the Stone Age) e ancora Jack Lawrence.

I The Dead Weather si dedicheranno a un “rock” spinto, anche esso attualizzato ma di matrice blues e hard rock, condensato nei non sconvolgenti, seppur fedeli alla linea perché a loro modo senza compromessi, “Horehound” del 2009 (interessante l’ibrido hard rock/reggae di “I Cut Like a Buffalo”; si distinguono ancora la sostenuta “Hang You from the Heavens” e le desertiche “Rocking Horse” e “Will There Be Enough Water?”) e “Sea Of Cowards” del 2010 (più convincente del suo predecessore che si fa piacere per i singoli “Blue Blood Blues”, “Die by the Drop” oltre a “Hustle and Cuss”, “I Can’t Hear You” …); nel 2015, sulla scia dei precedenti, ci sarà tempo anche per il più diretto “Dodge and Burn” (trainato da “I Feel Love (Every Million Miles)”, “Buzzkill(er)” “Open Up (That’s Enough)” …). Del 2009 è poi il granitico “Live at Third Man Records West”.

– Jack White solista

Nel 2012, con “Blunderbuss”, Jack White inaugura la carriera “solista” coadiuvato da un gruppo la cui ossatura è al femminile (Carla Azar, Bryn Davies, Olivia Jean, Brooke Waggoner…), in cui la vigoria rock blues viene “deviata” da elementi tanto hard quanto pop, per un disco che si bilancia nelle vincenti linee vocali e nei riff (le vigorose “Sixteen Saltines” e “Freedom at 21”, la ballata “Love Interruption”, “I’m Shakin” di Rudy Toombs ne reggono l’impalcatura; con esse il rock and roll di “Trash Tongue Talke”, il gusto anni sessanta in stile “folk/rock/prog” di “Take Me with You When You Go” …), mentre i barocchismi ai limiti del progressive di “Weep Themselves to Sleep” sono triste presagio del prossimo futuro di White.

Con “Lazaretto” (del 2014) White cambia pelle vestendo un abito più pomposo, con vistosi orpelli e incline a un progressive a parere di chi scrive non necessario; elementi questi che se da un lato ne esaltano l’estro creativo, dall’altro soffrono di un eccessivo eclettismo e di un’elefantiasi che penalizzano e “scollano” invece di unire.

Sicuramente mi si può obbiettare che White abbia avuto il coraggio del rinnovamento e che a conti fatti il disco sia ben suonato e prodotto (circostanze queste inconfutabili e da me condivise), ma non sempre tali evidenze bastano a far di un’opera un’opera d’arte.

Un disco, “Lazaretto”, che personalmente non convince sin dall’apertura “Three Women”, brano che avrebbe trovato più giusta collocazione affianco alla Mary Lou di Frank Zappa in “The Man From Utopia” che su un disco di White (ma purtroppo White non è Zappa e si sente), mentre il successivo brano eponimo risulta essere un “pastiche” di rock-prog a modo di suite concentrata nei suoi 3:39 minuti che più che stupire lascia perplessi.

Se poi “Temporary Ground” ed “Entitlement” ricordano dei Little Feat (e le ballate southern) edulcorati, “Would You Fight for My Love?” è duello western AOR anni ottanta, decennio che torna a farsi sentire nella ballata “I Think I Found the Culprit”.

Inutile esercizio di stile è la strumentale “High Ball Stepper” che, se suonata alla vecchia maniera, e in modo più “lineare”, sarebbe stata sicuramente più funzionale.

Ottimo invece è “That Black Bat Licorice”, il brano più riuscito del disco (sarebbe piaciuto ascoltarlo con i fiati), equilibrato anche nelle frammentazioni di genere.

Ancor più blando e mal riuscito è “Boarding House Reach” del 2018 in cui i sintetizzatori, le tastiere e l’elettronica disturbano una scrittura già di per sé poco ispirata, rovinado anche momenti potenzialmente più intensi come “Why Walk a Dog?” e “Respect Commander” e immortalando momenti altamente imbarazzanti come “Corporation”, “Hypermisophoniac”, “Ice Station Zebra”, “Get in the Mind Shaft”.

Non salva il singolo “Over and Over and Over” (White prima di registrarlo avrebbe dovuto studiare “Boot And Spleen” e “This Is The Squeeze” dei Melt Yourself Down).

Con “Fear of the Dawn” del 2022 White, sempre più one-man band, risale parzialmente la china (peggio di “Boarding House Reach” era difficile fare) ma (purtroppo) continua a esasperare i suoni con i sintetizzatori e la struttura dei brani con collage spesso inopportuni, per un disco che, per titolo e colori di copertina, non può non rimandare a “Fear of the Dark” degli Iron Maiden, e che gira il più delle volte ai confini con un hard rock/progressive, come ben testimonia la comunque riuscita “Taking Me Back”.

Se nella cavalcata di “Fear of the Dawn” ci sta spazio anche per il theremin suonato dallo stesso White (che farà storcere il naso a Lidija Kavina), e “The White Raven” è dal marziale incedere, con “Hi-De-Ho” (che vede la partecipazione di Q-Tip dei A Tribe Called Quest) torna prepotente il gusto di sperimentare con una miscellanea di generi, vulnus di cui White non riesce a liberarsi, fino a toccare (de)rive dub nella composita “Eosophobia” e paradossi da interrogativi inevasi in “That Was Then (This Is Now)”.

Gli imbarazzi di “Boarding House Reach” si ripresentano in “Into the Twilight” (che contiene diversi sample tra cui da “Another Night in Tunisia” e da “Twilight Zone/Twilight Tone” entrambe eseguite dai The Manhattan Transfer) e a nulla serve il rock duro e il cantato in stile rap d’effetto di “What’s the Trick?”.

In “Morning, Noon and Night” (il brano più ordinato e ordinario se si esclude l’incipit e la coda) si sentono (fortunatamente) nuovamente i Led Zeppelin …

Chiude nel peggiore dei modi il tutto la “patinata” “Shedding My Velvet”, per un Jack White che sembra aver smarrito la via maestra.

Nel 2022 White però pubblica anche “Entering Heaven Alive” che, a sorpresa, è composto da ballate elettro/acustiche in stile folk-pop made in U.S.A. in cui si distingue la bella “A Madman From Manhattan”.

Per il resto, “A Tip from You to Me”, “Love Is Selfish”, “If I Die Tomorrow”, “Please God, Don’t Tell Anyone”… incorniciano un lavoro discografico da Route 66, mentre rigurgiti di contaminazioni tornano alla gola con “I’ve Got You Surrounded (With My Love)”; “Taking Me Back (Gently)” è versione da saloon della sorella maggiore elettrica.

Prima di passare alla disamina di “No Name”, sia a nome Jack White che The White Stripes, da segnalare, per completezza, anche i numerosi live, riedizioni deluxe con brani aggiunti (anche dal vivo) e singoli tra cui annoverare la cover di “Love Is Blindness” degli U2 e una versione della “Power Of Love” di Bernie Baum, Bill Giant e Florence Kaye resa celebre da Elvis Presley,

Come anticipato, quanto sino ad ora scritto si è reso necessario per meglio calibrare il valore di “No Name”, un lavoro discografico che (tralasciando le particolari politiche promozionali e di vendita) restituisce nei suoni e nella scrittura un Jack White più “puro” e vicino alle sue origini, e ciò (almeno allo scrivente) non può che far piacere ed essere motivo di pregio. Spariscono l’invadenza dei sintetizzatori (e con essi dell’elettronica), la voglia di sperimentare oltre il necessario e l’architettura di stampo progressive nelle strutture dei brani.

L’apertura è affidata a “Old Scratch Blues” che si distingue per un riff tanto semplice quanto efficace ed anche il cambio di registro qui ritrova un esatto gusto, così come la più dura “Bless Yourself” e l’asciutta “Archbishop Harold Holmes” mediano il cantato/parlato come non fatto in passato.

Se “That’s How I’m Feeling” è perfetta nel suo appeal da hit e nel suo ficcante “basso” incedere ritmico, “It’s Rough on Rats (If You’re Asking)” si esalta nell’assolo di chitarra centrale e nell’arpeggio d’accompagnamento.

“Bombing Out” sgancia esplosivo “pogo” … (si aspetta la sua esecuzione live), mentre il familiare riff di “What’s the Rumpus?”, la sua linea vocale e il suo “Oh-oh-oh…” certificano l’innata capacità di White di regalare brani tanto “radiofonici” quanto di “qualità”, chiudendo un ineccepibile Side A.

Girato il vinile, la musica non cambia con “Tonight (Was a Long Time Ago)”, prima che la passione di White per le “tradizioni” non contamini “Underground”.

Sulla linea sino a ora tracciata si collocano anche “Number One With a Bullet”, “Morning at Midnight”, “Missionary”, suggellati, in chiusura di disco, dalla particolarmente ispirata e bella ballata/rock “Terminal Archenemy Endling” (per uno dei momenti più graditi del disco).

Con “No Name” White si è, quindi, riscoperto dotato autore di musica rock, riuscendo a essere giusto alfiere di un credo, lì dove di recente altri suoi colleghi illustri hanno fallito (per tutti i Deep Purple di “=1”).

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