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Il fuoco ha forgiato “No More Water: The Gospel of James Baldwin” di Meshell Ndegeocello

di Marco Sica
9 Settembre 2024
in Recensioni
Tempo di lettura: 8 minuti
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Recentemente, nel recensire lo splendido quinto capitolo di “Coin Coin” di Matana Roberts, si era scritto “la musica come la letteratura di Alice Walker e Toni Morrison” (tutti dovrebbero aver letto quantomeno i due capisaldi della letteratura “The Color Purple” della Walker e “Song of Solomon” della Morrison), ciò per assonanza di forza narrativa votata all’impegno sociale, politico e di denuncia in favore del popolo afroamericano (e non solo); tale parallelismo musicale/letterario fu ripetuto in occasione della pubblicazione del bel “The Great Bailout” di Moore Mother.

Ebbene, ora Meshell Ndegeocello con il suo “No More Water: The Gospel of James Baldwin” (Blue Note), tra musica e parole, ha dato alle stampe un lavoro discografico intenso e carico di espliciti richiami letterari anche essi rivolti al mondo afroamericano e alle tematiche sociali, politiche e di denuncia di cui si è fatto portavoce James Baldwin; ciò in occasione del centenario della nascita di Baldwin avvenuta il 2 agosto del 1924.

Nelle note di copertina a firma di Hilton Als, tra l’altro, si legge: “No More Water: The Gospel of James Baldwin, a work that contains a cavalcade of voices, sounds unique utterances around one subject-the extraordinary James Baldwin (1924-1987), whose centenary we celebrate this year, but is celebration really the word? In Ndegeocello’s hands and hearing, Baldwin was always there, an astonishing presence whose voice-whose multitude of voices as novelist, playwright, poet, screenplay writer, and especially essayist-always talked to us, if we only listened”; e a ben vedere tanti sono i riferimenti a Baldwin anche nei titoli dei brani che talvolta traggono origine direttamente dai suoi scritti come ad esempio “The Price of the Ticket – collecting nonfiction 1948-1985”, “Go Tell It on the Mountain” (del 1953), “Another Country” (del 1962), “Down at the Cross: Letter from a Region in my Mind” (del 1962) …

D’altra parte, che la Ndegeocello fosse artista impegnata è fatto noto così come che le liriche dei suoi dischi fossero “curate” nei contenuti.

La Ndegeocello, con la discografia a suo nome, ci aveva lasciati nel 2023 con il complesso e ottimo “The Omnichord Real Book” (il primo disco pubblicato per la Blue Note) che a suo modo sintetizzava e metteva a fuoco il meglio della sua scrittura che, in tale occasione, si mostrava tanto personale e riconoscibile quanto però libera dalle mode del tempo (“vulnus” del quale avevano sofferto invece alcuni suoi – seppur belli – lavori precedenti) e più trasversale e metastorica.

E così la prima cosa che salta all’orecchio dall’ascolto di “No More Water: The Gospel of James Baldwin”, sotto il profilo musicale, è il legame con “The Omnichord Real Book” sia per la sua capacità di essersi “affrancato” dal passato, sia per una comune assonanza con il classico “Bitter” (del 1999), sospeso tra soul, jazz e cantautorato e, per “maturità”, con il convincente “Comfort Woman” (del 2003).

Della copiosa e variegata discografia della Ndegeocello più distanti da “No More Water: The Gospel of James Baldwin” appaiono, infatti, i ritmi “black” (funk/soul/reggae/hip-hop/jazz…) degli esordi propri del bel “Plantation Lullabies” (del 1993) e del successivo “Peace Beyond Passion” (del 1996), nuance queste poi in parte riprese nel più elettronico e hip-hop/fusion/soul “Cookie: The Anthropological Mixtape” (del 2002); così come lontane sono sia le marcate aperture jazz tese all’improvvisazione dell’interessante “The Spirit Music Jamia: Dance of the Infidel” (del 2005; di pregio “Al Falaq 13” con anche Michael Cain, Wallace Roney e “Luqman” con anche Don Byron, Jack DeJohnette, Grégoire Maret), che la miscellanea del bello, trasversale e composito “The World Has Made Me the Man of My Dreams” (del 2007), sia le contaminazioni pop – alt rock di “Devil’s Halo” (del 2009; nel disco compare anche la grande Lisa Germano autrice, è sempre bene ricordarlo, di quel capolavoro che è “Geek the Girl”), sia (fortunatamente) il “mainstream” dei più accomodanti “Weather” (del 2011) e “Comet, Come to Me” (del 2014) come la non sempre riuscita rilettura di “classici” nei discutibili “Pour une Âme Souveraine: A Dedication to Nina Simone” (del 2012) e “Ventriloquism” (del 2018).

In “No More Water: The Gospel of James Baldwin” invece perdura come costante lo spoken, che in parte ha sempre accompagnato tra i solchi i lavori della Ndegeocello (in alcuni casi anche con maggior visibilità: per tutti in “Akel Dama (Field of Blood)” da “Cookie: The Anthropological Mixtape” o nella parte iniziale di “Clear Water” e in “THA KING” da “The Omnichord Real Book”), emergendo qui però in prima linea con più evidenza.

Messa la puntina sul vinile … “Balance …/Bodies…/Water…” e apre il Side A una splendida “Travel” (primo omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”) dominata dall’organo di Julius Rodriguez che da sostenuta precipita in romantici crinali pianistici fino a condurre a “On the Mountain” (secondo omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”) in cui fa ingresso, su astrazioni di pocket trumpet e percussive, lo spoken di Hilton Als (“God made his face, made his hands, made his mouth, that black griot tongue spitting out a call to revolution, not a revolution of blood, but of the mind and hands, that which builds not destroys, that which lives in faith, not in the untruths of the world ..”) a cui seguono ossessioni tese fino alla bella apertura ritmata da frequenze basse su cui si libera il canto di Justin Hicks che insieme portano, senza soluzione di continuità, a “Baldwin Manifesto I” (terzo omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”) affidata al solo spoken di Staceyann Chin (“… the poets, by which I mеan all artists, are the only peoplе who know the truth about us. Soldiers don’t. Statesmen don’t. Priests don’t. Union leaders don’t. Only the poets. That is my first proposition”), voce che prosegue la narrazione in “Raise the Roof” su tenue tappeto di effetti e sassofono di Josh Johnson.

Con “The Price of the Ticket” si torna alla dimensione cantautorale acustica cara a Meshell Ndegeocello che affida il suo canto al solo accompagnamento della chitarra acustica di Chris Bruce e chiude un Side A di tutto rispetto.

Girato il vinile il bel basso di Ndegeocello e la voce di Justin Hicks caratterizzano la riuscita “What Did I Do?” a cui fanno seguito la tribale “Pride I” (con finale affidato allo spoken di Caroline Fontanieu che in francese “legge” un estratto da “La prochaine fois le feu”) e la sentita e ottima “Pride II” in cui, su un tappeto percussivo, spiccano il basso della Ndegeocello e la chitarra distorta di Chris Bruce.

“We all react to and, to whatever extent, become what that eye sees …” ed “Eyes” (quarto omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”) chiude il primo vinile, brano diviso in una prima breve parte di voci narranti sovrapposte (di Alicia Garza) e in una seconda intensa in cui si impone la voce di Justin Hicks su un accompagnamento in cui emerge su tutti il pianoforte di Jebin Bruni.

Il secondo vinile è aperto da “Trouble” (quinto omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”) in cui dominano ancora le frequenze basse, qui del Rhodes bass di Julius Rodriguez, e le linee vocali affidate alle voci di Justin Hicks, Meshell Ndegeocello, Kenita Miller e Abe Rounds tanto esatte nella melodia quanto nello spoken di Paul Thompson; sullo sfondo ricami di chitarra, percussioni, Hammond B3 organ…

Gli efficaci giochi a più voci di Justin Hicks, Meshell Ndegeocello, Kenita Miller e Abe Rounds continuano nell’elettro-acustica “Thus Sayeth the Lorde”, dove lo spoken è affidato a Staceyann Chin e in “Love” (sesto omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”), primo (e unico) brano che mostra qualche segno di cedimento e stanchezza.

“Hatred, which could destroy so much, never failed to destroy the one who hated, and this is an immutable law…” e chiude il Side C “Hatred” (settimo omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”), ballata onirica dalle sfumature rock che sarebbe stata perfetta se inserita nel bel “My Back Was a Bridge for You to Cross” di Anohni and the Johnsons e cantata da Anohni.

“Tsunami Rising” è nuovamente affidata al solo spoken di Staceyann Chin (“Let us use our fire to crack this ground wide open with an uprising that they have never seen before, that they will never see again, that will never ever die down. No more water, the fire next time. No more water. The fire next time. Wanna say, No more water. Give me the fire next time”) e al tappeto di effetti e sassofono di Josh Johnson.

“Another Country” è tribalismo e voce corale, prima che il pianoforte e il canto contrastino le percussioni in una lotta tra cielo e terra.

Lo spoken di Staceyann Chin e il sassofono di Josh Johnson sono per “Baldwin Manifesto II” (ultimo omaggio “diretto” alla “penna” di Baldwin come anche riportato nei “credits”): “The second proposition is what I really want to get at tonight, and it sounds mystical …”, che anticipa la conclusiva, sacrale “Down at the Cross” che con il suo loop “Page by page, break the spine, slowly, until it is worn. Read it” congeda e chiude il tutto.

Nel 1963 Baldwin pubblicò “The Fire Next Time” e nel brano “Tsunami Rising” (come visto) lo spoken di Staceyann Chin recita: “Let us use our fire to crack this ground wide open with an uprising that they have never seen before, that they will never see again, that will never ever die down. No more water, the fire next time. No more water. The fire next time. Wanna say, No more water. Give me the fire next time”, ed è il fuoco che forgia un disco dall’altissimo contenuto sociale, letterario e politico … sorretto da giuste musiche, esatte sia quando d’accompagnamento che quando protagoniste.

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