I Butthole Surfers hanno dato alle stampe “After the Astronaut” (Sunset Boulevard), il disco “perduto” del 1998.
Prima di addentrarci nell’analisi di “After the Astronaut” è necessario fare una premessa e una breve ricostruzione della discografia dei Butthole Surfers.
- Premessa
Ritengo di non poter essere smentito quando affermo che i Butthole Surfers siano stati una delle più “schizzate” e splendide realtà della musica degli anni Ottanta; la loro miscellanea di noise, punk rock, psichedelia, acid rock, metal, hardcore… musica al contempo seria e faceta, fu immortalata tra il 1983 e il 1989 in una serie di dischi memorabili, raggruppabili idealmente in due gruppi: l’EP “Butthole Surfers” (del 1983), “Psychic… Powerless… Another Man’s Sac” (del 1984) e l’EP “Cream Corn from the Socket of Davis” (del 1985) da una parte e “Rembrandt Pussyhorse” (del 1986), “Locust Abortion Technician” (del 1987), “Hairway to Steven” (del 1988) e l’EP “Widowermaker!” (del1999) dall’altra. Di quegli anni Ottanta sono anche l’EP “Live PCPPEP” (del 1984), il concerto-video “Blind Eye Sees All” (del 1986) e “Double Live” (del 1989).
Tutto ciò che è avvenuto successivamente al 1989 non è paragonabile con quanto prodotto in quella illuminata decade.
- 1983/1985
L’EP “Butthole Surfers” (del 1983) mostrò da subito di cosa fossero capaci i Butthole Surfers, coniugando la furia di “The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave”, le lacerazioni noise di “The Revenge of Anus Presley”, con brani dal gusto post-punk/wave come la splendida “Hey”, “Bar-B-Q Pope” (l’ho sempre pensata cantata da David Thomas), “Wichita Cathedral”; nel mezzo, ad equilibrare (per quanto possibile), brani quali “Suicide”, “Something”.
“Psychic… Powerless… Another Man’s Sac” (del 1984) tradusse, in formato LP, le lancinanti espressioni dell’EP d’esordio, nel canto delirante e nel noise di “Concubine”, nelle catodiche immagini di “Eye of the Chicken”, nella folle cavalcata di “Dum Dum” (con il basso a evocare “One of These Days” dei Pink Floyd riletta in chiave Les Claypool), nella psichedelia distorta, abrasiva e rumorosa di “Cherub”…
Con l’EP “Cream Corn from the Socket of Davis” (del 1985) si iniziò ad avvertire una maggiore attenzione e un maggior “rispetto” verso l’ascoltatore, con brani in un certo senso più accessibili, come la bella “Moving To Florida” e “To Parter”; anche i momenti più aspri come “Comb” e “Tornadoes” venivano confinati tra più ordinate pulsioni. “Cream Corn from the Socket of Davis” è ponte che basa le proprie fondamenta in ciò che è stato e che proietta lo sguardo verso ciò che sarà!
- 1986/1989
Il processo di “addomesticazione” del suono copie un successivo passo con “Rembrandt Pussyhorse” (del 1986); basta ascoltare l’apertura affidata a “Creep in the Cellar”, “In The Cellar”… per comprendere le nuove vie del suono intraprese dai “Butthole Surfers”, e così … “Sea Ferring” per una musica che perde furia, noise esasperato e “sporcizia” e si colloca su più definite coordinate post punk – new wave con forte propensione verso l’art rock (“Strangers Die Everyday”) e verso la tanto amata psichedelia (“Whirling Hall of Knives”); nel disco è presente anche la personale cover di “American Woman” dei Guess Who in bilico tra tribalismo e musica industriale, componenti che si sublimano nell’acida e “rabbiosa” “Mark Says Alright”.
“Locust Abortion Technician” (del 1987), anche nella sua provocazione “heavy metal” (“Sweat Loaf”), propone suoni più levigati e a suo modo un formato canzone; i brani restano ancorati a vecchie reminiscenze noise (“Graveyard”, “Weber”, “U.S.S.A.”, “The O-Men”…) con incursioni nel blues (“Pittsburgh to Lebanon”), nel rock and roll (“Human Cannonball”) e nell’hard rock/metal d’ambiente (“22 Going on 23”).
“Hairway to Steven” (del 1988) prosegue nel solco del suo predecessore mirando a variegate strutture filtrate dalla lente distorta dei Butthole Surfers. E così si parte dai dodici minuti “heavy” di “Jimi”, con voci e digressioni in stile The Residents, transizione elettronica e finale da ballata rock-folk acustica, per passare al sostenuto e abrasivo rock-lisergico di “Ricky”, alla bella “I Saw an X-Ray of a Girl Passing Gas”, alla cavalcata zappiana, spoken e psichedelica di “John E. Smoke”, al rock and roll di “Julio Iglesias”, al viaggio allucinato e spaziale di “Backass”…
L’EP “Widowermaker!” (del 1989) chiude la decade recuperando (in parte) la sguaiata vigoria antica (“Helicopter”), giocando con bani compositi e più sperimentali (“Bong Song”), ammorbidendo i toni (“The Colored F.B.I. Guy”), tornado a scherzare con il “metal” (“Booze, Tobacco, Dope, Pussy, Cars”).
- 1990/2001
Dopo l’EP “The Hurdy Gurdy Man” (del 1990), i Butthole Surfers aprono il nuovo decennio con “piouhgd” (del 1991 e che finirà sostanzialmente con “inglobare”, nelle varie versioni, anche il citato EP). La formula proposta inizia a diventare ripetitiva con lunghe esecuzioni di stampo psichedelico (“Revolution Part 2”, “P.S.Y.”), momenti simil country (“Lonesome Bulldog”), evitabili cover e derive noise (rispettivamente “The Hurdy Gurdy Man” e “Barking Dogs”, entrambe dall’EP di cui sopra), brani metal (“Blindman”) e caotici intermezzi (“No, I’m Iron Man”).
“Independent Worm Saloon” (del 1993) semplifica ulteriormente il format che diventa immediato ed efficace e sempre più “metal” come nell’“heavy” deviato di “Who Was in My Room Last Night?”, nella ballata “The Wooden Song”, anch’essa rivestita nell’assolo di “metallo”, nella percussiva “Tongue”, in “Goofy’s Concern”, in “Dog Inside Your Body”; i Butthole Surfers sono ormai distanti anni luce dai loro esordi figurando come un gruppo di “stravagante” metal (come ben rappresentano le voci filtrate di “The Annoying Song”); fuori dal coro il country di “The Ballad of Naked Man” e i cacofonici e “concreti” otto minuti noise di “Clean It Up”. Nel 1995 verrà pubblicato “The Hole Truth… and Nothing Butt” raccolta contenente demo e registrazioni live del periodo che va dal 1983 al 1993.
“Electriclarryland” (del 1996) tende con ripercorrere il recente approccio rock che si fa sempre più radiofonico, ora in modo piu duro (“Birds”, “Ulcer Breakout”, “L.A”…), ora in modo più morbido (“Cough Syrup”, “Jingle of a Dog’s Collar”, la ballata country “TV Star”…), ora a tinte hard/rock/blues (“Thermador”), ora psichedelico (“Space”). Anche “Pepper”, in cui i Butthole Surfers mischiano le carte e si calano in un “trip” – hip-hop alternativo o il crossover rappato di “The Lord Is a Monkey” sono “mainstream”; né bastano i timidi tentativi di sperimentare (“My Brother’s Wife”, “Let’s Talk About Cars”).
Ebbene, la nostra trattazione arriva adesso a un punto di svolta poiché i due successivi album pubblicati sono “Humpty Dumpty LSD” (del 2002), una raccolta di demo, outtake e altro materiale compreso tra il 1982 e 1994, ma soprattutto “Weird Revolution” del 2001, disco che in parte contiene composizioni proprio dell’album perduto “After the Astronaut” (del 1998).
- “After the Astronaut” e “Weird Revolution”
Da una comparazione dei titoli dei brani contenuti in “Weird Revolution” e in “After the Astronaut” risulta che i due dischi hanno otto “titoli” in comune.
La musica è sostanzialmente l’estensione di quanto proposto in “Electriclarryland” con “Pepper” e “The Lord Is a Monkey”, un “trip” – hip-hop alternativo con influenze “crossover” e piglio psichedelico.
Al netto delle piccole e meno piccole differenze, “After the Astronaut”rispetto a “Weird Revolution” suona meno “pulito”, più “grasso” e piacevolmente “ovattato”.
Partito l’ascolto, “Weird Revolution” è spoken in stile “Central Scrutinizer” di Frank Zappa, indole zappiana che si avverte forte e con influenze The Residents anche nello spoken di “Intelligent Guy” per la quale è debitamente specificato “Astronaut version”.
Sulla scia dei precedenti brani si colloca anche “Jet Fighter” che apre leggermente di più al canto e così sostanzialmente si presenta “Mexico”.
Tutti i citati brani sono compresi in entrambi i dischi.
“Imbuya” (presente solo “After the Astronaut”) risulta più nevrotica e accelerata, prima che si ritorni al nuovo “blocco” di brani condivisi con l’accattivante “Venus”, la sognante ma aspra “The Last Astronaut” e l’altrettanto onirica ma più morbida “Yentel”.
L’orientaleggiante “Junkie Jenny in Gaytown” (altro brano presente solo “After the Astronaut”) inizia a far lamentare segni di stanchezza, ripetitività e poca originalità… prima che “They Came In”, ultimo brano condiviso dai due dischi, riprenda a battere e graffiare grazie a una voce (nuovamente) “interessante”.
Se “Don’t Have a Problem” è esercizio per collage di suoni e voci filtrate, la conclusiva “Turkey and Dressing” è composizione che lega al passato con la sua distorta rabbia…
Va poi aggiunto che rispetto a “Weird Revolution”, “After the Astronaut” è (fortunatamente) orfano della “hit” commerciale “The Shame of Life” scritta con Kid Rock, dell’orecchiabbile e non meno commerciale “Dracula from Houston” e della danzereccia “Get Down”, così come della (sola tra le escluse) più interessante e cruda “Shit Like That”.
- Conclusione
Terminato l’ascolto possono fare le seguenti personali considerazioni: i Butthole Surfers, come gia detto, hanno idealmente chiuso il loro periodo realmente degno di nota nel 1989; il disco perduto “After the Astronaut” nel suo complesso non dispiace e sicuramente per me si fa preferire a “Weird Revolution” in ragione di sonorità meno “patinate” e meno “raffinate” che, se in termini commerciali possono essere un limite, in termini d’ascolto e d’intezione sono un punto a favore, così come punto a favore lo è, in tale ottica, l’assenza di brani “commerciali” e di facile fruibilità (“The Shame of Life”, “Dracula from Houston”, “Get Down”).
Se va riconosciuto ai Butthole Surfers di essere riusciti con “Weird Revolution” a raggiungere mirabili risultati in termini di produzione, è un bene che con “After the Astronaut” li abbiano in parte ridimensionati … anche se a noi piace ricordarli sporchi e ironicamente cattivi!
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