Dopo gli esordi black tra jazz, funk, soul e R&B, l’anima jazz di Lakecia Benjamin è diventata nel tempo sempre più solida realtà, e oggi trova conferma nel bel dicotomico “We Dream” (Artwork Records).
- Gli esordi: “Retox” e “Rise Up”
Lakecia Benjamin esordisce a suo nome nel 2012 con “Retox”, lavoro che fonde jazz, funk, soul e R&B come ben testimoniano le trascinanti “Keep Talkin’”, “Maceo”, “Soulsquad”, “Jump And Shout”, “Get Down”… a cui si affiancano momenti più morbidi e contemporanei quali la ballata-rap “Share My Life”, momenti soul come “My Love”, l’omaggio a Stevie Wonder con “Don’t You Worry Bout A Thing” o brani da classifica come “Smile”.
Con un’oculata cadenza, dopo sei anni, nel 2018 “Rise Up” prosegue la miscellanea del suo predecessore con impegno “sociale” anche nei testi.“March On”, “On The One”, “Flashback”, “Juicy”, “Little Children” … dimostrano come Lakecia Benjamin guardi anche ai grandi musicisti maestri della black music del passato… mentre brani come la nota “Change The World”, “Stay”, “Lonely”, “Survivor”… rendono l’ascolto anche più mainstream.
- Il cambio di direzione: “Pursuance: The Coltranes”
Nel 2020 Lakecia Benjamin compie un coraggioso cambio di direzione con l’altrettanto coraggioso omaggio a John Coltrane e Alice Coltrane contenuto in “Pursuance: The Coltranes”.
Se l’apertura è affidata a “Liberia” che, caratterizzata dai due sassofoni di Lakecia Benjamin e Gary Bartz, mantiene sostanzialmente l’originaria identità, non mancano le riletture come per “Central Park West”, qui in una veste più “smooth”, con lo scat della voce, e sicuramente in una veste più spendibile ai più rispetto a quella di John Coltrane (per un’interpretazione funzionale ma che non mi ha personalmente convinto).
Da segnalare, perché ben più convincenti di “Central Park West” (considerando comunque che Lakecia Benjamin sta al sax sempre reinterpretando in alcuni brani John Coltrane), invece “Syeeda’s Song Flute” con Ron Carter al contrabbasso, “Om Shanti” con i suoi giochi di voce e con la partecipazione di Meshell Ndegeocello, “Spiral”, una più onirica “Alabama”, “Turiya And Ramakrishna” e i più sassofoni nella bella “Affinity”.
Spazio anche per due “tradizionali”: la bella “Walk With Me” (con il violino di Regina Carter) e l’orchestrale “Going Home”.
Discorso a parte merita “Acknowledgement” (anche perché è la composizione ed esecuzione di John Coltrane da me preferita, nonchè per me tra le massime punte raggiunte dalla musica jazz e non solo); la versione proposta è ridotta ed è caratterizzata dall’improvvisazione scat della voce di Dee Dee Bridgewater che dialoga con il sassofono per una soluzione che si dimostra riuscita (atteso che sarebbe stato impossibile e anche inutile replicare John Coltrane), per poi con naturalezza fondersi al pianoforte e sassofono in “Pursuance” (anch’essa in versione ridotta).
- La consacrazione: “Phoenix” e “Phoenix Reimagined (Live)”
Nell’arco di due anni Lakecia Benjamin raggiunge la definitiva consacrazione pubblicando nel 2023 “Phoenix” e nel 2024 “Phoenix Reimagined (Live)” dischi che segnano anche, come il titolo ispira, una sorta di rinascita.
“Phoenix” evidenzia il suo chiaro intento sin dalla potente apertura affidata ad “Amerikkan Skin” con i suoi suoni da “guerriglia” urbana e la voce (spoken) di Angela Davis e con il suo bello ed evocativo brano eponimo “Phoenix” con Georgia Anne Muldrow (alla voce e a un synth protagonista); il sassofono, rispetto ai due dischi “d’esordio”, si ritaglia sempre più spazio e la matrice jazz (ne sono “classico” esempio “Moods” “Basquiat” – con Wallace Roney Jr alla tromba – ed ancora l’omaggio nel nome a John Coltrane con “Trane”); ciò grazie anche alla tromba di Josh Evans, per una matrice jazz che si fa più marcata anche quando si fonde con vecchie reminiscenze come in “New Mornings” o nella ballata soul “Mercy” con Dianne Reeves alla voce (brano musicalmente più patinato e accattivante). Da citare ancora “Jubilation” con Patrice Rushen al pianoforte (sua anche la composizione), “Peace Is A Haiku Song” di e con Sonia Sanchez, per contrabbasso (di Ivan Taylor) e spoken (la Sanchez sarà voce narrante anche nell’incisiva “Blast”). Nella più “sperimentale” “Supernova” la voce narrante è di Wayne Shorter.
“Phoenix Reimagined (Live)” porta dal vivo (registrato live in studio al Brooklyn’s the Bunke) il linguaggio già perfettamente codificato dal disco in studio, arricchendolo della carica live, come testimoniano l’intensa “Trane”, la rivisitazione di “Phoenix Reimagined”, “Amerikkan Skin”…; con Lakecia Benjamin, tra gli altri, John Scofield alla chitarra, Randy Brecker alla tromba e Jeff “Tain” Watts alla batteria. Spazio anche per le parole da dire come in “Let Go” (con una Benjamin che ricorda le sue origini “discografiche”) e in “Peace is Possible”, per la pacata “Mercy” e per New Mornings. In chiusura dell’LP una graditissima “My Favorite Things”, mentre le versioni digitali vedranno l’aggiuntiva “Spirit”.
“Phoenix Reimagined (Live)” mi ha fatto venire in mente per intensità e intenzioni un altro live (“Fly Or Die Live”) di una grande musicista purtroppo prematuramente scomparsa Jaimie Branch autrice del meraviglioso postumo “Fly or Die Fly or Die Fly or Die (World War)”.
Tra le varie partecipazioni da segnalare il singolo del 2025 “Noble Rise” con l’altro “giovane” astro del sassofono jazz Immanuel Wilkins (a cui si è dato più volte spazio su queste pagine) e il talentuoso chitarrista Mark Whitfield (nome di spicco negli ambienti jazz a partire dagli anni Novanta).
- “We Dream”
Con “We Dream” (Artwork Records), Lakecia Benjamin compie un ulteriore passo avanti in termini di produzione e il sogno socio/black/jazz diventa solida realtà!
Nell’interno del vinile, un poetico e profondo scritto a firma Lakecia Benjamin.
Messo, poi, l’LP sul piatto, esatte sono nella loro sequenza “First Ligh” (con il suo spoken) e i pregevoli 3/4 di “Beyond The Dawn” con il suo “perfetto” jazz; entrambe sono impreziosite dalla tromba di Terence Blanchard.
Ottimamente gira su coordinate jazz screziate di “modernità” anche “My Only” con Sean Jones alla tromba e al flugelhorn.
Il doppio volto di “Mi Gente” si rivela nella frattura tra una prima parte più lenta e intima e una seconda incalzante dal ritmo latino; alla tromba sia Chief Xian Atunde Adjuah che Lessie Vonner.
Di rilievo anche “Ascension” (non presente sul vinile) in cui torna lo spoken, la batteria di Joe Blaxx sale in cattedra … e il finale riserva un’inattesa ma riuscitissima chiusura hip-hop.
Non presente sul vinile è anche la bella “Dream Breaker” dal gusto post-bop con Chris Potter al sax tenore.
Girato il vinile, il jazz lascia il posto all’hip-pop in chiave R&B di “We Dream” con alla voce Tarriona “Tank” Ball (brano che sebbene dia il titolo al disco, musicalmente convince poco per il suo essere eccessivamente mainstream).
Il synth di Miki Hayama porta “Flame Keepe” su sonorità retrò funk/soul-jazz, “gusto” confermato anche dal cambio con un’apertura melodica in stile… al sax tenore nuovamente Chris Potter e con al pianoforte un ispirato Hiromi Uehara.
Notturna e fumosa è la breve “Hiromi Jam” con ancora “protagonisti” Hiromi Uehara, Miki Hayama e Chris Potter; fa fatta una precisazione: la traccia è indicata nel retro del vinile ma non presente sullo stesso.
“Right Now” prosegue nella scelta di fondere jazz con sonorità più moderne grazie al rap di Kassa Overall, alla voce di Bilal e al synth di Chris Rob prima che una più rilassata, romantica e fin troppo lineare “New World” congedi il “sogno”… di un “We Dream” (nuovamente) più contaminato rispetto a “Phoenix”.
- Conclusioni
Probabilmente ad oggi (a parere di chi scrive) il più bel disco di Lakecia Benjamin resta nel complesso ancora “Phoenix Reimagined (Live)” e tra quelli in studio, per un personale gusto, il più “puro” “Phoenix”; “We Dream”, sebbene di ottima fattura, e indubbiamente più consapevole e maturo dei precedenti, soffre troppo della “dicotomia” tra un Side A di jazz e un Side B che indulge in “contaminazioni”.
Altro limite è l’assenza sul vinile delle belle “Ascension” e “Dream Breaker”. Un LP con “Ascension” e “Dream Breaker” al posto di “We Dream” e “Right Now” sarebbe stato “perfetto” (ma questa è ovviamente una considerazione strettamente personale).
Tempo fa su queste pagine, nel recensire “Odyssey” di Nubya Garcia (altra nota sassofonista dei giorni nostri), si scrisse di come avesse perso l’occasione di entrare nel gotha del “jazz” del 2000; tale affermazione non la si può però estendere a Lakecia Benjamin che al contrario, sebbene abbia mantenuto forte il legame con la musica “black” in senso ampio, ha dimostrato a partire dal 2020 in poi di saper parlare un forte linguaggio jazz (anche se contemporaneo e comunque contaminato), attestandosi tra le più convincenti nuove realtà di un genere che ha radici salde nel passato, volgendo lo sguardo verso le più vaste tendenze musicali degli anni Duemila.
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